Il turismo si fa industriale

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Cartiere, fonderie, miniere, centrali elettriche dismesse, ma anche birrifici, produzioni manifatturiere e villaggi operai: la Guida al Turismo Industriale di Iacopo Ibello è uno spunto per riscoprire il nostro Belpaese attraverso le sue industrie. Ne abbiamo parlato con l’autore.

di Marilena Roncarà – foto di Jacopo Ibello | 16 dicembre 2020

Partiamo dal principio. Come nasce l’idea della guida?

Tutto comincia da un incontro tra me e l’editore Mauro Morellini alla Bit di Milano dell’anno scorso, dove ero allo stand dell’associazione Save Industrial Heritage, di cui sono uno dei fondatori e il presidente. Lo stand promuoveva il turismo industriale che è poi una declinazione, anche a livello di competenze, di un mio interesse più generale verso quello che è il mondo della cultura industriale.

Che cosa si intende per cultura industriale?

L’esempio a cui guardare viene dall’estero e più precisamente dal Regno Unito, dove già a partire dagli anni Cinquanta del Novecento si diffonde l’idea di recuperare quelli che erano i resti della Rivoluzione industriale: le prime ferrovie, i ponti in metallo, le rovine di forni, tutte opere a cui fu dato presto il nome di “archeologia industriale” perché proprio come quella classica, erano le tracce di un’importante epoca storica da studiare e a vario titolo salvaguardare.

Parco Archeologico Industriale Breda. Sesto San Giovanni

Per me tutto è cominciato con la tesi di laurea che ho fatto nel 2010 su una regione tedesca a forte vocazione industriale, dove negli ultimi 20 e 30 anni sono state recuperate tutta una serie di strutture industriali, con l’obiettivo di valorizzarle turisticamente. Cosa tanto più significativa per il fatto che in quella regione non c’era e non c’è un tipo di patrimonio classico, come lo abbiamo noi. Quando sono tornato in Italia ho realizzato che qui da noi non c’era nulla del genere, quindi ho intrapreso un percorso di formazione tramite un master sul patrimonio industriale e poi professionale attraverso l’associazione.

L’associazione prende il nome da un gruppo Facebook?

Esatto, è un gruppo che ho creato nel 2011 per entrare in contatto con questo mondo e in circa dieci anni siamo arrivati a circa 2040 utenti. Poi dal virtuale siamo passati al reale con l’associazione che organizza visite guidate per portare le persone a vedere i luoghi, oltre a mostre, congressi, seminari, campagne di sensibilizzazione per la salvaguardia di un particolare edificio e naturalmente fiere del turismo.

Girando l’Italia per il turismo industriale che idea si è fatto?
C’è un interesse crescente in materia e negli ultimi anni si è investito molto sul recupero del patrimonio industriale e sullo studio della archeologia industriale, però come la guida racconta è una storia è un po’ disordinata: c’è una grande prevalenza di certe aree geografiche in cui l’industria ha avuto un ruolo maggiore nello sviluppo del territorio, mentre in altre zone l’interesse minore.

Il museo dela sale. Trapani

Sfogliando la guida emergono delle tipologie trasversali di turismo industriale: le centrali elettriche, le aziende manifatturiere, le fabbriche di automobili e motori…

L’obiettivo era raccontare la geografia del made in Italy mostrando quanto l’industria sia legata al territorio, per cui emergono legami che prima che economici sono ambientali, sociali, culturali e questo affonda le radici in una storia antica, persino antecedente alla Rivoluzione industriale.

C’è qualche luogo particolarmente affascinante?

Direi forse le miniere, che sono il luogo dove tutti i contrasti, il bello e il brutto del mondo industriale, si esprimono al meglio. Ed è anche il luogo da cui tutto parte, perché ciò che viene prodotto deriva da materie prime estratte dalle miniere.

Visitare una maniera, anche se inattiva, fa capire tanto dell’inventiva e del sacrificio delle persone che ci lavoravano. In particolare in Sardegna c’è il cammino minerario di Santa Barbara che unisce tutti i paesaggi minerari della regione.

Museo ferroviario di Pietrarsa a Napoli

In un ipotetico viaggio a ritroso da sud a nord quali sono tre tappe impedibili?

Direi il museo ferroviario di Pietrarsa a Napoli, dove nel 1800 per volere di re Ferdinando II, si insediò un imponente complesso metallurgico destinato alla manutenzione e alla produzione di locomotive. La Centrale Montemartini di Roma, il primo impianto cittadino pubblico per la produzione di energia elettrica e la fabbrica alta di Schio, un luogo da vedere, anche se attualmente è chiuso, e che da più parti considerato il simbolo della rivoluzione industriale italiana dell’Ottocento. Una realtà avveniristica per l’epoca, perché in un territorio come quello veneto, nella vulgata popolare da sempre etichettato come la parte più arretrata del nord, era la cornice di un’esperienza industriale e sociale che rifletteva quelle delle nazioni più avanzate del nord Europa, Inghilterra compresa. Si tratta del villaggio operaio a sud del complesso Lanerossi, simbolo di un’industria che non fu solo fatica e sfruttamento, ma anche tentativo e possibilità di riscatto dalla povertà per migliaia di famiglie

E su Milano cosa possiamo dire?

A Milano ci sono due possibili itinerari: quello della cultura di impresa che ci porta a visitare i musei e gli archivi di aziende che hanno fatto la storia del nostro Paese come Pirelli e Campari.

E dall’altra parte ci sono le fabbriche di cultura, che non sono esclusive di Milano, ma che qui sono state spinte molto negli ultimi decenni, ovvero grandi complessi industriali che sono ora utilizzati a scopo culturale: basti pensare all’area Ansaldo, al Mudec, alla Fondazione Prada, a Pirelli Hangar Bicocca, alla Breda e al Carroponte a Sesto San Giovanni, siti che rispecchiano questa visione di rigenerazione del patrimonio industriale.

Per restare informati cosa bisogna fare?

Oltre alla guida, c’è l’associazione Save The Industrial Heritage e il relativo gruppo Facebook. A livello istituzionale c’è l’Associazione Italiana per il Patrimonio Archeologico Industriale, (l’AIPAI) la sola attiva in quest’ambito a livello nazionale e l’associazione Museimpresa che riunisce i musei e gli archivi digitali delle aziende italiane mentre a livello locale, due realtà interessanti sono l’associazione genovese inGE e la romagnola Spazi Indecisi.

La Risiera di San Sabba. Trieste

Le oltre 300 schede della guida sono tutte corredate dalle coordinate GPS.

Le abbiamo messe perché ci sono luoghi complicati da trovare solo con l’indirizzo e magari in Google Maps non compaiono.

Cosa ci offre la guida?

Di sicuro un’immagine inedita e lontana dai soliti percorsi turistici degli ultimi 150 anni del nostro Paese, un ritratto che fa emergere lo stretto legame fra i territori, le produzioni di ogni tipo, le culture di appartenenza e soprattutto la nostra storia.

Guida al Turismo Industriale
di Iacopo Ibello
Morellini Editore

In apertura: Centrale Idroelettrica Taccani. Trezzo sull’Adda

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