L’approdo di domani

I confini non sono solo quelli di grande attualità, ora fluidi ora invalicabili, che separano un Paese da un altro, ma sono anche quelli di genere, quelli linguistici, quelli tra il dentro e il fuori di noi. La scommessa è sempre andare oltre.

di Marilena Roncarà

“Confini di nuovo blindati”, “Via i confini daziari”, “I nuovi confini della famiglia”: eccone solo alcuni, ma l’elenco di titoli e notizie in vario modo dedicati ai confini, da un po’ di tempo a questa parte, è pressoché infinito. Del resto e giusto per partire dal primo, quella delle migrazioni più che un’emergenza senza fine, rappresenta ormai un fenomeno peculiare della nostra epoca. Stando a quanto scritto in tante pagine di letteratura e filosofia da Epicuro in avanti e forse anche prima, oltre che nella Dichiarazione d’Indipendenza Americana, l’uomo ha diritto alla felicità e oggi muoversi dalla provincia alla città, dal Sud verso il Nord,
dall’Africa all’Europa e così avanti, rappresenta il più delle volte una necessità se non per perseguire la felicità, almeno per provare a costruirsi una vita migliore. Nei casi più impegnativi il motore di questo desiderio è la forza della disperazione e i flussi migratori hanno raggiunto un’intensità tale la cui gestione non può più essere rimandata.

Per dirla con le parole del critico d’arte Nicolas Bourriard, autore de Il radicante: «L’immigrato, l’esiliato, il turista e l’errante urbano sono figure
dominanti della cultura contemporanea. Figure che ricordano quelle piante che per crescere non si affidano a un’unica radice, ma avanzano in tutti i
sensi sulle superfici che si offrono loro, aggrappandovisi come l’edera. Nasce così il radicante che si sviluppa in funzione del suolo che lo accoglie». I fatti testimoniano che il più delle volte ci si mette in viaggio senza disporre di un posto dove tornare: a essere in gioco non è la perdita di identità, ma
la conquista di nuova vita. Ed ecco che i confini si fanno labili, non sono più baluardi invalicabili, ma qualcosa da attraversare. Del resto, e sono sempre
parole di Bourriaud: «L’entrata in scena all’inizio di questo secolo della Cina, dell’India, dei grandi Paesi dell’Asia e dell’Europa dell’Est ha definito
l’inizio di un nuovo periodo sia per l’economia, sia per l’immaginario mondiale. […] E il mondo occidentale ha osservato affascinato il modo in cui la Cina ha sradicato la propria storia con il semplice fine di fluttuare meglio nelle possenti correnti dell’economia globalizzata». Ma sono tanti
i confini della nostra contemporaneità che hanno bisogno di nuovo pensiero, a partire dal gender gap, ovvero il divario in termini di trattamento fra uomini e donne, visto che il nostro Paese, nonostante
i progressi fatti negli ultimi dieci anni, resta ancora sotto la media europea, secondo i dati pubblicati dell’Eige (European Institute for Gender Equality) nel 2017. Altro tema caldo, oggetto di perenne discussione è il confine di genere, con la comunità LGBTQ in prima fila nella difesa dei diritti di tutti.

È invece la nostra pelle a definire i confini tra l’esterno e l’interno di ciascuno e qui a farci riflettere sono le più svariate allergie che oggi, ancora
più che un tempo, mietono vittime. Per tutti, scettici e curiosi compresi, una suggestione in merito è quella che propone la medicina antroposofica
quando afferma che «la cura dell’allergia consiste in una riconciliazione con il mondo. Per cui l’uomo si educa non riducendo il suo dialogo con
l’esterno, né riducendo il dialogo con se stesso», come a dire la necessità quasi metafisica di non chiudersi, ma di aprirsi al confronto con l’altro, si
tratti di un’esperienza, di un fatto o di una persona fisica. La stessa arte diventa luogo centrale di dibattito sui confini con mostre e spettacoli a tema che provano a percorrere i limiti opachi, sia spaziali sia temporali, della nostra visione.

Così se il Triennale Teatro dell’Arte nella prossima stagione torna a indagare il tema dei confini, questa volta linguistici, grazie al Macbettu, il Macbeth in lingua sarda con la regia di Alessandro Serra dal (13 al 16 dicembre), Drodesera, la nota manifestazione di Dro, il più piccolo paese del Trentino presenta Supercontinent² (20-28 luglio Centrale Fies). Attraverso gli spettacoli e le performance in cartellone il festival Supercontinente al quadrato diventa un’occasione per affrontare aree del pensiero su cui è necessario ampliare lo sguardo, prendendo distanza dalla parzialità delle cose, dalla semplificazione, dal giudizio definitivo. Perché a questo punto della nostra storia: «Non basta studiare ciò che è stato scritto: non è più possibile vivere di rendita del sapere. Piuttosto ne andrà costruito di nuovo, di sapere». Ed ecco che l’arte, facendosi materia del tempo presente, è pronta a diventare documento di ciò che siamo. Per il domani.

In apertura: “My Heart is not made from Stone” è una fotografia di Servet Koçyiğit in mostra a Palazzo Litta Cultura per il progetto “Mappe – Geografie del Contemporaneo

Articolo pubblicato su Club Milano 45 luglio – agosto 2018. Clicca qui per scaricare il magazine.

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