Fabio Concato

Fabio Concato intervista

Con un doppio album ripercorre con passo felpato quarant’anni di musica e iconiche canzoni, in cui l’amore è spesso protagonista, fuori da ogni retorica. Fabio Concato, come sempre ironico e garbato, appassionato e anticonformista, cultore della memoria ma aperto alle novità, ci parla a ruota libera della sua città e di alcuni personaggi che l’hanno fatta grande.

di Paolo Crespi
foto di Giovanni Daniotti

Le canzoni di Fabio Concato fanno parte della colonna sonora della nostra vita e alcune delle sue hit le abbiamo cantate per generazioni. Al tempo del Covid, a interrompere l’astinenza da buona musica, Fabio Concato, figlio e nipote d’arte, milanese Doc da poco insignito dell’Ambrogino d’Oro, movimenta la discografia unplugged con “Musico ambulante” (Halidon), doppio cd e vinile.

È un progetto antologico lieve, essenziale, quasi naif. Alcune canzoni piuttosto famose e altre molto meno, com’è giusto che sia, semplicemente cantate da me e suonate da Andrea Zuppini, grande musicista, amico e collaboratore di vecchia data che ha dato loro una veste nuova dal punto di vista chitarristico. Le abbiamo registrate in pochi giorni prima che scattasse il primo lockdown e mi sono limitato a intonarle come uno che canticchia mentre si sta rifacendo il nodo alla cravatta. È “musica da camera”, nel senso letterale.

Lei è nato artisticamente al Derby di Milano, dove oltre a scrivere le canzoni aveva un ruolo “tragicomico” nello spettacolo. L’imprinting musicale, però, l’ha avuto in famiglia…

Vero, papà Gigi era intimamente jazzista, anche se per vivere faceva il rappresentante di occhiali. Stava via intere settimane, ma quando tornava il condominio se ne accorgeva. Musica a tutta birra, gente che cantava e suonava. C’era una bella atmosfera in quegli anni a casa mia. I nonni paterni, poi, erano entrambi cantanti lirici, seppure l’opera l’ho scoperta molto tardi, dopo i quaranta. Le prime nozioni musicali le ho rubate a papà: lui mi mostrava gli accordi sulla chitarra, anche quelli più complessi, che avrebbero richiesto mani ben più grandi di quelle di un bambino. È stato il mio “abbecedario”. Musica da noi se ne ascoltava moltissima, soprattutto jazz e motivi brasiliani. E mamma Giorgina (Sollai, ndr), che si era diplomata in conservatorio prima di diventare giornalista e poetessa di un certo spessore, contribuiva alla nostra educazione. Dal punto di vista culturale la mia è stata una famiglia molto ricca e stimolante.

Dove ha trascorso l’infanzia?

Dai tre anni abitavo con i miei in via Massarenti, dalle parti di piazzale Brescia, poi lì vicino, in via Pisanello. Il mio oratorio di riferimento era quello in via Osoppo, dove ho fatto tutta la trafila: pallone, catechismo, chierichetto, cantore, aspirante… Sì, a un certo punto ero proprio convinto di avere la vocazione.

E poi, cos’è successo?

Mi è bastato cambiare quartiere, a 14 anni, con il trasferimento della famiglia in zona Sempione, per fare nuovi incontri e smettere tutto, dal calcio alle velleità religiose.

Da ventenne negli anni Settanta, politicamente impegnato, cosa ascoltava Fabio Concato?

Non ho vissuto la stagione della canzone politica. A essere sincero mi annoiava parecchio. Io avevo l’orecchio su altro. Non solo jazz, anche rock, jazz- rock e naturalmente quei fuoriclasse dei Beatles. Ma si può dire che ho amato tutte le band: Genesis, Deep Purple, King Crimson. E sono poi tornato comunque al jazz, la musica che più mi piace, insieme a quella brasiliana. Il grande Paese sudamericano produce da decenni cose sublimi e all’avanguardia, con autori spaventosamente bravi.

Con qualche suo esponente ha pure collaborato…

Toquinho! Ho duettato con lui e lui ha ricantato una mia canzone, È festa, che ha amato molto. Se vivessimo più vicini, probabilmente avremmo fatto più cose insieme. Ci siamo risentiti da poco e ci siamo detti come sarebbe bello lavorare ancora a un progetto comune. Certo, oggi la tecnologia per- mette di superare qualunque distanza, ma quando ne parliamo non pensiamo mai all’aspetto tecnologico, quanto alla possibilità di essere di nuovo insieme in uno studio o su un palco.

E tra i colleghi cantautori, a chi andavano soprattutto le sue preferenze?

Luigi Tenco sopra tutti, un po’ meno De André. Guccini l’ho amato più di Fabrizio. E Gino Paoli, che all’epoca faceva dischi molto belli e particolari. Poi Lauzi, Endrigo. Qualche tempo fa ho inciso un disco con Fabrizio Bosso, Non smetto di ascoltarti, dove ci siamo divertiti a riprendere canzoni che hanno cinquant’anni suonati, ma che sono inaffondabili e stanno ancora in piedi.

Fabio Concato intervista Club Milano

Quali sono i luoghi prediletti in città?

Sono legato sentimentalmente a piazza Firenze, dove c’erano due bar che sono stati casa mia per lungo tempo. Ne ho dei ricordi fantastici, anche se quelli, per Milano, erano di “anni di piombo”. Il primo era un bar tabacchi con una bellissima sala biliardo su cui anch’io praticavo. E dieci metri più in là una latteria dove il nostro gruppo di amici a un certo punto si era spostato. Lì ho lasciato un pezzo del mio cuore. A volte imbracciavo la chitarra e se volevo isolarmi per provare le mie cose uscivo e mi schiaffavo su una panchina dei giardinetti di fronte. Il triangolo tra piazza Firenze, via Caracciolo e via Cenisio era la mia base strategica. Lì sono diventato grande, in tutti i sensi. In corso Garibaldi, poi, andavo sempre da Moscatelli (che c’è ancora) prima di infilarmi al cinema Paris, che non c’è più. In generale, ho sempre preferito posti anonimi, “normali”, da partita a carte, non locali famosi o alla moda, di cui non mi interessava nulla. La vera attrazione per me era il Capolinea, luogo di varia umanità dove ho assistito a concerti davvero incredibili, tra cui uno, indimenticabile, di Chet Baker. Ho provato un dolore quasi fisico quando i figli di Giorgio Vanni sono stati costretti a chiudere i battenti. Non ci ho mai suonato, ma nello Studio Cap, che stava dietro al locale, sono nati i miei primi tre Lp.

Della Milano di oggi cosa pensa?

Covid a parte, il rapporto con la mia città vive di alti e bassi. C’è stato un periodo in cui non mi piaceva per com’era amministrata. Non che ora sia perfetta, ci sono molte cose che potrebbero migliorare, ma sono anni in cui mi piace di più, persino veder spuntare i grattacieli. Il contrasto tra il vecchio e l’ultra moderno è un colpo d’occhio che ora apprezzo, mentre all’inizio mi sconcertava un po’. Ha un suo perché questo modo di vivere verticalizzato, che ha trasformato anche Parigi e Londra.

Se lo aspettava Fabio Concato il riconoscimento dell’Ambrogino?

Mi aspettavo di essere nella rosa dei papabili. Era già successo in altre due o tre occasioni che qualcuno facesse il mio nome, come ai tempi del mio progetto-canzone per Telefono Azzurro. Rileggere il mio nome questa volta mi ha fatto piacere e ho pensato anche che fosse giusto. Quando poi è arrivato il riconoscimento ufficiale l’ho molto gradito, perché è un omaggio della Città.

Intervista pubblicata su Club Milano 60, Speciale 10 anni, prima parte 2011-2015. Clicca qui per leggere l’intervista completa sul magazine.

Commenti

commenti

Comments are closed.