Fabrizio Bosso dal vivo

Fabrizio Bosso © Roberto Cifarelli

Fabrizio Bosso – trombettista e compositore – ha scelto la musica come mezzo per raccontare la propria storia umana e artistica, oltre che per condividere sé stesso, tanto con i suoi compagni di palco quanto con il proprio pubblico, sempre più vasto e fedele. E sul palco di JAZZMI 2021presenta il suo ultimo e intimistico progetto.

di Marco Torcasio | 20 ottobre 2021

Torinese di nascita, nel 1978 Fabrizio Bosso inizia a suonare la tromba all’età di 5 anni. Grazie al sostegno della famiglia, che lo ha sempre stimolato e appoggiato, a 15 anni si diploma al Conservatorio Giuseppe Verdi. Suona poi per big band e altri gruppi jazz, che saranno per lui una scuola di musica a tutti gli effetti. Il suo percorso formativo, però, non termina con il diploma. Tant’è che nel 1990 con una borsa di studio inizia a frequentare i seminari estivi del “S. Mary’s College di Washington”. L’anno successivo è la volta di “Alto Perfezionamento Musicale”, durante cui studia con il M° Pierre Thibaud. Nel 2011 è nominato miglior trombettista dell’anno dal JazzIt Awards, riconoscimento che gli verrà in seguito tributato diverse altre volte. Le collaborazioni importanti sono state innumerevoli, ma vogliamo ricordare quelle con Dino Piana, Marco Tamburini, Dee Dee Bridgewater, Dianne Reeves, Rita Marcotulli, tra gli altri. Bosso oggi è una delle più acclamate trombe del panorama jazzistico italiano e non. Per JAZZMI 2021 porta in scena l’ultima fatica discografica realizzata con il suo quartetto. Messo a punto subito dopo il confinamento forzato dovuto all’epidemia da Coronavirus, WE4 – questo il titolo del disco – porta con sé la consapevolezza del valore del fare musica insieme e di come questo possa diventare un progetto di condivisione profonda, che prosegue anche oltre il palco.

Come definiresti la scena jazzistica italiana contemporanea?

Ricca di giovani talenti. Proprio da quest’anno la programmazione estiva della Casa del Jazz di Roma si è arricchita di una nuova iniziativa dedicata ai giovani talenti italiani in modo tale da fornire loro la massima visibilità possibile e per permettere anche al pubblico di ascoltare i protagonisti della scena jazzistica di domani. Certo, c’è sempre bisogno di nuovi spazi, nuovi luoghi in cui crescere e fare esperienze. Per poter fare questa carriera non basta saper suonare uno strumento.

La tua è una formazione di stampo classico?

A nove anni suonavo già nelle orchestre quindi la formazione sullo strumento è stata classica. Torino è una città dove sin dagli anni Cinquanta/Sessanta la scena jazzistica è stata particolarmente attiva e aveva prodotto già dei nomi di caratura internazionale come Oscar Valdambrini, Enrico Rava e poi Flavio Boltro, che già a quell’epoca cominciava a godere di una certa notorietà. Ho cominciato a frequentare quell’ambiente ancora studente ed è proprio accanto a Boltro che ho partecipato alla mia prima jam session. Era l’anno del diploma al Conservatorio.

A 17 anni, grazie al sassofonista Gianni Basso, entri a far parte stabilmente di una big band e muovi i primi passi in studio di registrazione. Ricordi queste esperienze come particolarmente formative?

Suonare nella sezione di una big band è uno dei passaggi fondamentali, si impara la disciplina, la pronuncia, l’intonazione, indispensabili anche per chi percorre la strada del solista. All’inizio ero sempre tesissimo, non mi divertivo, poi mi sono reso conto che l’approccio di Gianni era diverso, non cercava la perfezione, ma l’atmosfera, l’intensità, era quello per lui il Jazz. Gianni è davvero un pezzo di storia del jazz, per il suo swing e il suo suono assolutamente unico e irraggiungibile.

Oggi nelle tue performance c’è più spazio per le parti sinfoniche o per l’improvvisazione?

I miei concerti sono spesso guidati dall’improvvisazione. Ma anche molto improntati all’interplay con i musicisti. Con il mio quartetto lavoriamo per avere un suono di gruppo, un insieme uniforme che dialoga incessantemente dall’inizio alla fine. L’interazione col pubblico inevitabilmente finisce per influenzarci molto e l’improvvisazione diventa quindi una strada da percorre, ma la definirei consapevole. Mi spiego: non faccio propriamente quello che mi passa per la testa, ma uso la fantasia rispettando delle regole condivise anche con gli altri.

Hai avuto l’opportunità di fare delle esperienze anche all’estero?

Da diversi anni vado spesso in Giappone. Ci sono stato in tour con l’amico sassofonista Rosario Giuliani in occasione del Festival Jazz di Tokyo, ad esempio. L’efficienza e un grandissimo rispetto, mai stucchevole, per il prossimo sono doti caratteristiche del popolo giapponese che quando sei lì cogli immediatamente. Lavorare con questi presupposti diventa quindi facilissimo. È incredibile poi come il pubblico abbia lo stesso livello di venerazione per ogni tipologia d’artista, senza fare differenze tra un musicista jazz e una grande star internazionale. Ho imparato molto dal confronto con la cultura giapponese.

Fabrizio Bosso © Roberto Cifarelli
Fabrizio Bosso © Roberto Cifarelli

Il tuo jazz è fatto di consapevolezza, serietà, leggerezza. Con il tuo racconto musicale porti sul palcoscenico anche tratti biografici?

Cerco di portare on stage nella maniera più sincera ciò che vivo. Per me è molto importante salire sul palco con musicisti che stimo, non solo professionalmente ma anche umanamente. Mi piace considerare il concerto come il proseguimento ideale di una giornata, diventare un libro aperto e instaurare quell’importantissimo contatto empatico con il pubblico. Che respirerà così più colori, provando emozioni diverse. Il mio non è un esercizio di stile, ma un dialogo.

Quest’umanità traspare anche dal tuo impegno sociale in alcune iniziative solidali che ti vedono coinvolto…

Ho preso parte con entusiasmo al progetto musicale solidale “Music For Love vol.1” dell’imprenditore Franco Nannucci. Nel disco si può ascoltare, tra gli altri, anche la mia tromba su un pezzo di Michel Petrucciani. Nel complesso si tratta di un mix di 14 brani, 29 artisti di 8 nazionalità, con influenze e generi musicali provenienti da culture diverse a sostegno della Ghetto Youths Foundation (organizzazione fondata e diretta dai Fratelli Stephen, Damian e Julian Marley, ndr) e della Fondazione Fabrizio Meoni Onlus. Si tratta di un progetto con finalità benefiche, grazie all’organizzazione no-profit MUSIC FOR LOVE, fondata proprio da Franco Nannucci, volta a fornire un supporto economico tangibile ed efficace a diversi progetti di beneficenza in tutto il mondo. Allo stesso tempo faccio volontariato per la comunità di Sant’Egidio a Roma, un’esperienza importante che mi consente di toccare con mano storie meravigliose, fonte d’arricchimento personale.

Dopo l’edizione dello scorso anno interrotta bruscamente, ma necessariamente, a causa delle restrizioni, torna JAZZMI con rinnovata linfa vitale. Questo comeback 2021 coincide con la pubblicazione del tuo ultimo gioiellino discografico. Raccontaci di più.

All’inizio del 2020 io e il mio quartetto ci siamo messi al lavoro per un disco in studio, ma la pandemia ha sbaragliato tutti i nostri piani. “WE4”, questo il titolo del disco (Warner Music), è stato quindi registrato agli inizi di giugno in modo estemporaneo, quasi a tradimento, raccogliendo tutta l’intensità di quel momento in cui finalmente potevamo nuovamente fare musica insieme. Dopo l’esperienza della scorsa edizione, “sospesa” dalla pandemia, sono tornare a Jazzmi scatena molte emozioni e speranze. Il Festival è stato il contenitore perfetto per la presentazione del disco composto da nove tracce e da una bonus track. Lavori da cui emerge chiaramente la sinergia che mi lega agli altri tre musicisti straordinari che mi affiancano e mi danno energia: Julian Oliver Mazzariello (piano), Jacopo Ferrazza (double bass), Nicola Angelucci (drums).

La musica oggi viaggia anche attraverso nuove forme di fruizione. Una su tutte, la più in voga del momento, è quella del podcast. È uno strumento che potrebbe interessarti?

Trovo possa diventare un mezzo affascinate anche per chi fa jazz e non solo per chi lavora in radio o produce musica pop.

Nel pop sono molti i nomi illustri che hanno voluto il suono della tua tromba a impreziosire la loro musica, come Sergio Cammariere, al quale devi la tua prima apparizione al Festival di Sanremo. Con chi ti piacerebbe collaborare in futuro?

Premetto di essere un grande appassionato di cantautorato italiano. Qualche tempo fa stavo rientrando da un concerto a Portici quando ho casualmente incontrato Mario Venuti. Ci eravamo conosciuti una vita fa, proprio al mio primo Sanremo e con Cammariere facemmo una piccola jam session in hotel. Da quella volta non ci eravamo più incontrati. Poi l’ho ascoltato in radio, ho comprato il suo ultimo disco Tropitalia e l’ho amato. Così ci siamo sentiti e non escludo che potrebbe nascere qualcosa in futuro. Il mio sogno proibito, però, rimane una collaborazione con Stevie Wonder.

Fabrizio Bosso © Roberto Cifarelli
Fabrizio Bosso © Roberto Cifarelli

Informazioni

Fabrizio Bosso | Trumpet, Julian Oliver Mazzariello | Piano, Jacopo Ferrazza | Double bass, Nicola Angelucci | Drums.

c/o Triennale Milano Teatro, viale Emilio Alemagna 6
martedì 26 ottobre ore 20.00

BIGLIETTI 
28 euro, prezzo in prevendita su Vivaticket.
33 euro, prezzo alla porta la sera dello spettacolo.

In apertura Fabrizio Bosso, ph. © Roberto Cifarelli

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