Michele Casamonti

Michele Casamonti

Michele Casamonti, collezionista e fondatore delle Gallerie Tornabuoni Arte di Parigi e Londra, guarda al futuro senza perdere di vista l’importanza delle grandi avanguardie del secolo scorso. Osservatore d’eccezione del mondo dell’arte, crede ancora che le gallerie possano assolvere la funzione di laboratori culturali contemporanei.

di Marco Torcasio

Finalmente l’arte riparte dopo mesi di difficoltà. Quale scenario si affaccia all’orizzonte?

Capiremo soltanto nei prossimi mesi quali tracce avrà lasciato davvero il lockdown, alcune tuttavia sono già visibili, a partire dalla geografia del mercato dell’arte. Siamo entrati nel 2020 con un mercato a trazione inglese e in particolare londinese, ma è molto probabile che nei prossimi anni questa centralità si sposti a Parigi, sia perché Covid e Brexit hanno indebolito molto la centralità di Londra sia perché la Ville Lumiere è diventata la città in cui tutte le gallerie del mondo nel frattempo hanno aperto. Sono comunque sicuro che le avanguardie culturali italiane del dopoguerra su cui siamo specializzati saranno ugualmente al centro dell’attenzione.

Le gallerie oggi hanno necessità e prospettive differenti rispetto ad altri spazi artistici?

Da questo autunno le gallerie riottengono finalmente la possibilità di avere una programmazione. Sembra poco, ma è stato drammatico per un anno e mezzo annunciare mostre poi spostate, rimandate o nella peggiore delle ipotesi chiuse. Le case d’asta erano più preparate ad affrontare la diffusione delle vendite online, però le gallerie possono contare sul desiderio dei collezionisti di ritrovare quel rapporto fisico con l’opera, sia essa un quadro, una scultura, un’istallazione, capace di suscitare emozioni che nessuna vendita online potrà mai dare.

Esiste un fil rouge che idealmente collega le gallerie Tornabuoni Arte di Firenze, Milano, Parigi, Londra?

Sì, la nostra identità. Siamo specialisti accreditati e riconosciuti a livello internazionale per le grandi avanguardie del secondo dopoguerra italiano, forse il momento culturalmente più alto del secolo scorso, fatta eccezione per il Futurismo e la Metafisica degli anni Dieci. Quel momento meraviglioso che l’Italia ha vissuto tra il 1950 e il 1970, con la presenza di artisti come Lucio Fontana e Alberto Burri, costituisce un pezzo fondamentale del cambio di linguaggio che ci ha fatto lasciare l’arte moderna e ci ha fatto entrare nell’arte contemporanea, non solo in Italia ma nel mondo. E noi abbiamo scelto di valorizzare quel ventennio straordinario. Le gallerie Tornabuoni Arte hanno la missione di divulgare e far conoscere i protagonisti di quei venti anni.

In occasione dell’uscita dell’autobiografia di Salman Ali – storico assistente e amico di Alighiero Boetti – Tornabuoni Arte ha presentato, a Milano, una mostra che ha raccolto la collezione privata di Salman.

Abbiamo dedicato a Boetti molte mostre negli ultimi anni, a Parigi, a Firenze, alla Biennale di Venezia, a Londra, ma ci siamo accorti che esistono delle porzioni di storia ancora da scrivere. È stata l’occasione per raccontare il rapporto particolarissimo con il suo collaboratore storico Salman Ali – durato 21 anni – al di fuori di ogni logica commerciale, con l’unico scopo di approfondimento e conoscenza. Le opere di Boetti sono state lette ed esposte insieme a fotografie, ricordi, cimeli sorprendenti di Salman Ali. L’assistente in studio, il collaboratore in casa, colui che portava i suoi figli a scuola e lo accudiva quando era malato, ma anche la persona che ha ritirato per lui il Gran Premio alla Biennale di Venezia.

La mostra si sposta ora a Parigi come prosecuzione di quanto abbiamo già visto a Milano?

È una prosecuzione non pedissequa ma ideale. Sollecitati dall’attualità drammatica che vive l’Afghanistan in questo momento, vogliamo raccontare il rapporto complesso che Boetti ha avuto con gli afgani, oltre Salman Ali. L’artista ha vissuto nella città di Kabul, praticando la tradizione del tè, indossando gli abiti tipici del luogo, aprendo addirittura un albergo con pochissime camere. Salman era presente nella sua vita, ma le ricamatrici afgane sono presenti nelle sue opere dal ‘73 al ‘74, tant’è che alcune riportano la scritta “made by Afgan people”. La mostra di Parigi amplia quindi questo racconto esponendo un minor numero di foto rispetto a Milano, ma una serie di lavori nei quali l’Afghanistan è davvero protagonista: opere intitolate “Pensando all’Afghanistan” e lettere spedite direttamente da Kabul allo studio Boetti di Roma.

Cosa ci lascia in eredità il lavoro fatto su Alighiero Boetti?

Un insegnamento: molti raccontano la storia attraverso le date delle guerre, ma dovremmo imparare a raccontare la storia del mondo a partire dall’arte.

Intervista a Michele Casamonti pubblicata su Club Milano 61, Speciale 10 anni, seconda parte 2016-2020. Clicca qui per sfogliare il magazine.

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