Beppe Bergomi

Beppe Bergomi, foto di Matteo Cherubino

LA COSCIENZA DI ZIO

Ha giocato 756 partite con la maglia dell’Inter, vinto uno scudetto fieramente “trapattoniano” e tre Coppe UEFA (record assoluto). In precedenza s’era già laureato Campione del Mondo nel 1982, contribuendo al capolavoro di Enzo Bearzot e confondendo l’Italia sulla sua vera età anagrafica. Già, perché con quei baffoni folti e la caparbietà innata, Giuseppe Bergomi da Settala ha sempre fatto le cose per bene. Anche oggi che allena i ragazzi del Como, interviene pulito nelle telecronache per Sky e s’appresta a vivere una nuova avventura mondiale in Brasile, con ancora ben scolpito in mente quel torrido 5 luglio di 32 anni fa quando, in un piccolo stadio di Barcellona, la sua vita cambiò per sempre… 

di Simone Sacco
Foto di Matteo Cherubino

Orsenigo, centro d’allenamento del Como Calcio, campi verdi e montagne a far da cornice. È qui che lavora oggi Beppe Bergomi, quando non è impegnato con l’amico Fabio Caressa a commentare le partite di cartello su Sky. 51 anni il prossimo dicembre, fisico asciutto di chi ha smesso sei mesi fa (e non nel 1999), il celebre Zio d’Italia allena con passione la Berretti comasca (mamma mia, quanto urla: pare Sacchi ai tempi delle diagonali!) e sfoggia un cuore che continua a battere per la sua Milano. Domicilio – manco a farlo apposta – in zona San Siro (“D’estate quando ci sono i concerti, invece di protestare, vado sul terrazzo e mi godo la musica”), palato saziato presso La Briciola di via Solferino e, per quanto riguarda l’altra sua professione, gli basta puntare verso Rogoredo, zona Santa Giulia, dove sorge la sede di Sky. “E pensa che quando mi affaccio dalla finestra vedo ancora il vecchio campo di via Redaelli dove è cominciato il mio sogno di calciatore tanti anni fa”. Bergomi è fatto così: fucina di ricordi e mente sana di un pallone che, marketing a parte, dovrà obbligatoriamente tornare a essere “gioco” per poter sopravvivere nei prossimi decenni. Vero, monsieur Platini?

Certo che la cabala calcistica è strana. Se uno guarda alla tua partita d’esordio (22 febbraio 1981) scopre che quel giorno l’Inter giocava a Como…
In pratica sono tornato al punto di partenza (sorride, NdR). Eppure nel football ci sono così tante coincidenze che è quasi inevitabile diventare un pochino superstiziosi. Perfino io arrivavo a sistemarmi i calzettoni in una certa maniera prima di una partita importante, anche se non mi sono mai piaciuti gli eccessi di Rafa Nadal. Quando lo vedo giocare a tennis mi viene l’ansia da quanta scaramanzia ci mette!

Il tuo primo gol a San Siro, invece, è arrivato in un Inter-Bologna del 10 gennaio 1982, mentre il tuo addio al calcio avviene sempre contro la squadra felsinea nel maggio del 1999. Altra bizzarria del dio Pallone…
Hai ragione e ammetto di non averci mai pensato. Quell’anno, d’altronde, successero troppe cose assurde: cambiammo quattro allenatori (Simoni, Lucescu, Castellini e Hodgson) e, dopo la sconfitta col Manchester United in Champions League, finimmo per sbandare. Certo, con Beckham e soci ce la siamo comunque giocata e se solo avessimo fatto un po’ più di catenaccio a casa loro… (il Manchester avrebbe poi vinto la coppa dalle grandi orecchie in una finale al cardiopalma contro il Bayern Monaco, NdR).

Sempre in quel 1999 arriva Marcello Lippi sulla panca dell’Inter e dice senza troppi giri di parole: “Voglio rifondare la difesa, Bergomi non mi serve”…
Sì, ma il rammarico non è tanto legato a Lippi, ma alla mia scelta di non accettare l’offerta del Coventry City che mi voleva in Premier League. Ogni tanto ci ripenso: Gordon Strachan aveva già definito l’accordo con Sandro Mazzola, il contratto era pronto da firmare, ma io dissi no. Non me la sentivo di lasciare Milano e imparare una nuova lingua.

Dopo che accadde?
Spunta Fabio Caressa, mi raggiunge in vacanza e mi propone di commentare le partite assieme a lui per l’allora Tele +. Della serie: si chiude una porta, si apre un portone.

Oppure se ne riapre un’altra come è capitato a te in Nazionale. Mondiali di Francia ’98: torni titolare a 34 anni, mica male.
Mettiamola così: se Spagna ’82 è stata l’apice della felicità e Italia ’90 il picco della delusione, i mondiali francesi sono stati una dolce, dolcissima rivincita. Poi, d’accordo, ho giocato pure quelli di Messico ’86, ma lì la squadra era logora, bisognosa di sangue giovane e il buon Bearzot aveva terminato la sua scorta di miracoli. 

Torniamo un attimo al capitolo precedente: hai mai superato la delusione di quando Arrigo Sacchi ti levò la maglia azzurra, ad appena 28 anni, solo perché non sapevi giocare a zona?
Più che deluso per uno, direi riconoscente verso un’altra persona, ovvero Gigi Simoni. Se non ci fosse stato lui a darmi le chiavi della difesa dell’Inter ’97 –’98, in Francia non ci sarei mai andato. Ringrazio lui e Cesare Maldini, ovviamente. A Parigi – quando l’Inter vinse la coppa UEFA contro la Lazio – ero ancora out per un affaticamento, ma mi arrivò comunque la telefonata fatidica di Cesarone. Si fidò di me e, quando nel calcio c’è la fiducia, c’è tutto.

La stessa fiducia che fece esclamare ad Enzo Bearzot: “Ragazzo, scaldati che tra poco entri in campo!”. E la partita non era una qualunque, ma “La Partita”: Italia-Brasile del 5 luglio 1982…
Ricordo tutto come se fosse ora. 34esimo minuto del primo tempo: noi in vantaggio con due gol di Rossi, s’era infortunato Fulvio Collovati e bisognava compattare la difesa. A quel punto c’è poco da riflettere: entri e te la giochi con un po’ di sana incoscienza.

Tripletta di Pablito a parte, il capolavoro tattico di Bearzot quel giorno fu Bergomi in marcatura asfissiante su Serginho. Il numero 9 verdeoro infatti era scarso di piede, ma faceva da sponda perfetta per i vari Zico, Socrates, Eder e Falcao. Concordi?
Per me il colpaccio del Mister fu mettere Lele Oriali su Eder, un vero tocco di genio. Sai, uno si sarebbe aspettato Gentile a coprire quella zona di campo e invece Claudio andò su Zico ed io sul gigante nero mettendo in difficoltà tutto il resto dei brasiliani. E mamma mia quante botte al Sarrià! Fai conto che un braccio di Serginho era grosso quanto una mia gamba (ride, NdR).

Del leggendario Vecio cos’altro ricordi?
Che mi prendeva costantemente in giro perché con lui non segnavo mai. Poi arriva Azeglio Vicini e, alla sua prima partita da CT azzurro, io realizzo una doppietta clamorosa contro la Grecia. “Allora me lo fai apposta!”, mi disse a gara conclusa. Bearzot è stato tutto per me.

Di quell’indimenticabile Mundial ’82 ti è rimasto un aneddoto prezioso nel cuore?
Sì, vigilia della semifinale con la Polonia, partita che non avrei dovuto disputare. “Schierano una sola punta, a questo giro vai in panchina”, il pensiero di Bearzot. Solo che poco dopo arriva Zoff e gli fa cambiare idea. Dino aveva male a una gamba e non se la sentiva di rinviare lungo. In pratica gli serviva un difensore in più per far ripartire il gioco e quindi toccava nuovamente a me. 

Arriviamo alla finale di Madrid con la Germania Ovest. Altra mossa clamorosa del CT friulano: Bergomi dentro e Antognoni fuori. Kalle Rumenigge, il tuo diretto avversario e futuro compagno all’Inter, fu completamente annullato…
Scoprii di giocare alle cinque del pomeriggio dell’11 luglio 1982. Arriva Tardelli, un altro grande ambasciatore di Bearzot, e mi fa: “Zio, stasera il biondino lo marchi tu”. Antognoni aveva provato in hotel fino all’ultimo, ma non ce l’aveva fatta. E così diventai campione del mondo a soli 18 anni. 

Più o meno l’età che avranno tra poco i tuoi ragazzi del Como. Dimmi la verità: creste e tatuaggi a parte, ti rivedi in questi giovani?
Faccio un po’ fatica, ma lo accetto: ogni generazione deve essere diversa da quella precedente, look compreso. Però sul comportamento non transigo: alla base di tutto ci deve sempre essere l’etica sportiva. Allo stesso tempo i quindicenni odierni sono molto più smaliziati di come lo eravamo noi. Più che blasone o coppe da esibire, richiedono coerenza da chi li allena.

Che sensazioni hai per Brasile 2014?
Pronostici non ne faccio, perché l’evolversi di un Mondiale è sempre complicato. Da commentatore vado là in cerca di emozioni e ti dico già che, se l’Italia non dovesse farcela, il mio cuore tiferebbe per i padroni di casa. Hai mai sentito l’intero Maracanà cantare a cappella l’inno nazionale brasiliano? Io sì e ho ancora i brividi dentro. 

Prandelli ce la farà?
Se schiera Immobile titolare, perché no? Ciro, assieme al recupero di Pepito Rossi, potrebbe davvero essere l’arma in più per l’Italia. Immobile è fortissimo.

A proposito di allenatori, tu ti ci vedi seduto su di una panchina di serie A?
Lo farei solo per l’Inter, magari tra qualche anno, se sarò degno di quel ruolo. E comunque, a scanso di equivoci, nutro massima stima nei confronti di Walter Mazzarri.

Pensi che con Thohir il mitizzato “muro di gomma” che ha tenuto lontano dagli ambiti societari tanti vecchi cuori interisti – penso a te, Zenga, Berti, Riccardo Ferri, e non solo – si stia poco a poco sfaldando?
Chiariamo subito un punto imprescindibile: per una cosiddetta “bandiera” non è un diritto acquisito trovare a fine carriera una scrivania che l’aspetti in via Durini. D’altronde i posti societari sono quelli, non si può inventarne degli altri… Il coinvolgimento emotivo, invece, non dovrebbe mai mancare. Ecco perché quello che sta facendo Erick Thohir col progetto di Inter Forever (idea nata da Francesco Toldo atta a riunire grandi nerazzurri del passato per iniziative benefiche, NdR) mi sembra una strada giusta e sensata da seguire. 

L’intervista è giunta al triplice fischio finale, Beppe. Se ora chiudessi gli occhi e ripensassi per un attimo al boato di San Siro…
Rivedrei un gol in particolare che ho segnato contro la Fiorentina, mi pare, nel 1990: un tiro al volo da fuori area che ha fatto venire giù lo stadio. Pare che quel giorno in tribuna Gianni Brera si levò il cappello in segno di rispetto. Niente male per un semplice terzino, no?

Beppe Bergomi, foto di Matteo Cherubini

 

Intervista pubblicata su Club Milano 20, maggio – giugno 2014. Clicca qui per scaricare il magazine. 

Commenti

commenti

Be first to comment