Milanese, con trascorsi in Spagna, si è formato come architetto ma al tecnigrafo ha sostituito l’obiettivo per restituirci edifici e paesaggi con uno sguardo autonomo, critico, che fa riflettere
DI PAOLO CRESPI
17 February 2026
Una crisi bella e buona. Per anni ho lavorato negli studi, sia a Milano che a Barcellona, occupandomi anche di paesaggio per l’Expo di Saragozza del 2008. A un certo punto mi sono reso conto di non riconoscermi più in una professione troppo spesso legata a un modello di sviluppo che implica il progressivo consumo del suolo, attraverso la cementificazione e le speculazioni edilizie. Avendo sempre amato la fotografia e avendo compiuto da giovane parecchi viaggi dedicati alla scoperta delle architetture, è stato del tutto naturale, per me, cominciare realizzando qualche servizio per lo studio con cui collaboravo. Solo in seguito ne ho fatto la mia professione, abbandonando definitivamente quella di architetto.
Una parte è rimasta legata all’architettura dura e pura, campo in cui mi sono specializzato, con incarichi in ambito editoriale o commissionati direttamente dagli studi. E c’è una parte più personale, di ricerca, che dedico soprattutto alla relazione tra uomo e natura e a quello che possiamo definire “paesaggio culturale”, abitato e trasformato dalla nostra presenza sul pianeta. Con un processo di recupero della memoria dei luoghi e con uno sguardo più estetico volto a ritrovare quella bellezza che i miei ex colleghi hanno provato a generare.
Mi piace ricordare la ricerca fatta con la mia compagna Isabella, che è conservatrice e restauratrice di fotografia, sulle roças (fazendas) dell’isola africana di São Tomé e Principe: sono architetture coloniali che nell’Ottocento ospitavano l’articolato sistema della produzione del cacao, abbandonati dopo la fine della schiavitù e il cambio di rotta dei commerci. Con questo soggetto ho vinto l’Enaiere, uno dei più importanti riconoscimenti fotografici In Spagna. C’è poi un filone di ricerca a cui tengo molto e che vorrei riuscire a esporre in Italia sull’alterazione del paesaggio naturale delle nostre Alpi, per la smania di tenere in piedi il business degli sport invernali con l’impiego sempre più imponente e aggressivo di neve artificiale. E infine è stata un’esperienza particolare documentare il dopo Expo 2015, con lo smantellamento dei padiglioni delle varie nazioni ospiti costruiti ad hoc nell’area nord-ovest di Milano e non più riutilizzati altrove, com’era invece nei piani iniziali degli organizzatori.
Amo molto la zona del Parco Ravizza e della vicina Porta Romana, un ambiente simpatico dove sono cresciuto e che ha mantenuto nonostante tutto un buon grado di vivibilità, grazie anche alla presenza di centri di aggregazione come l’Arci di via Bellezza. Anche Città Studi, dove abito adesso, è un quartiere molto piacevole e interessante. Ha mantenuto un carattere popolare che mi si confà.
Da ragazzo, quanto ero un semplice amateur, sviluppavo da solo le mie pellicole. Con il passaggio al professionismo ho adottato il digitale. Oggi, a 47 anni, uso esclusivamente il medio formato e la mia attrezzatura tipica comprende il cavalletto: per il tipo di immagini che scatto è essenziale avere il tempo di osservare, fermarsi, studiare la luce, spesso con l’impiego di obiettivi decentrabili, per un maggior controllo delle linee… Come si faceva una volta, ma con strumenti aggiornati.
No, non lo è, ma l’utilizzo che ne faccio si limita occasionalmente a piccoli fotoritocchi, nel caso di qualche servizio che devo effettuare prima che un allestimento sia stato portato a termine. Mai, in ogni caso, per alterare la realtà o crearne una virtuale.
L’intervista a Filippo Poli è stata pubblicata su Club Milano 77