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MUSICA

Pacifico

Silenzi, rumori e cantieri sonori

Insieme ai Metameccanici è in scena con Turbo-Lento, un’operetta musicale di fantasia in cui si parla, si canta, si suona, ci si emoziona trasportati dalle mirabolanti vicende di un’auto che, in realtà, è molto più di un’auto

DI MARCO TORCASIO

25 November 2025

Lo spettacolo surreale Turbo-Lento racconta di un’auto che vive di vibrazioni e suoni. Cosa l’ha spinta a diventarne la voce narrante?

Mi ha colpito il progetto, fallimentare in partenza, di un’auto che si muove grazie all’energia prodotta da vibrazioni e onde sonore. L’immagine di un viale trafficato, con auto da cui si alzano gorgheggi, tintinnii, scale maggiori o minori – in un momento anarchico e gioioso, come il magnifico caos prodotto dall’orchestra pochi istanti prima della rappresentazione – mi è sembrata potente, una possibilità da descrivere. Come sempre, mi intriga la possibilità che qualcosa possa succedere, più che la plausibilità che succeda.

Sul palco lei interpreta il “pilota” di questa macchina musicale?

Sono quello che conosce la storia, che cerca di tenerla insieme. Quello che guarda stupito ai meccanici che ruotano intorno al telaio dell’autovettura musicale, competenti e imprevedibili. Non cerco di avvitare, aggiustare, saldare i pezzi insieme. Mi godo la follia delle cose, e cerco di tenere un filo logico, ben sapendo che è una battaglia persa.

Com’è avvenuto l’incontro con il trio dei Metameccanici, tra il loro sperimentalismo e la sua scrittura più narrativa?

Con Sebastiano De Gennaro ci conosciamo da tempo, suonò in un mio giro di concerti anni fa. È una collaborazione non assidua, ma sempre possibile. È stato dunque semplice e naturale sedermi a costruire con gli altri due fratelli Trabace, Alessandro e Angelo. È bello vederli tutte e tre insieme, diventano un meccanismo che parte, cigola, va fuori giri, frena a un passo dal muro. Soprattutto, un meccanismo sorridente.

Ci sono affinità tra questo progetto e il suo modo di scrivere musica?

Io lavoro con il suono, quindi inevitabilmente anche con il silenzio e li rumore: sono i miei tubetti di colore, con infinite combinazioni possibili. Come autore svolgo un lavoro chirurgico, di individuazione dei punti deboli o efficaci di una canzone. Come artista invece non mi tiro mai indietro davanti a un rumore o a una dissonanza. Non mi interessano come possibilità di generare stupore, ma a volte un rumore, un sibilo, un’interferenza, sono la cosa migliore che tu possa suonare. Detto questo, i Metameccanici sperimentano sì, ma alla fine distillano musica, comprensibile, giocosa, colta, senza esibizionismi.

Ha scritto per alcuni grandi artisti italiani, ma continua a essere anche interprete e autore in prima persona. Cosa cambia nel suo modo di scrivere quando la voce è la sua?

Quando scrivi per te, ti ritrovi circondato da una compagnia di sfaccendati mentecatti: Apatia, Sfiducia, il Già detto, il Ruffiano, il Calcolato. Più fai, più ciò che fai diventa difficilmente ripetibile o da non ripetere. Si inizia certi, poi le cose si complicano. Ma se superi le trappole, rovesci sul foglio chi sei, c’è una bella sensazione di ritrovamento. Quando scrivi per gli altri devi ascoltare: capire cosa vuole dire l’artista, anche se lo esprime in modo fumoso. Hai davanti una voce, un corpo, un’età, una storia: è quello che ti guida.

Negli ultimi anni ha intrecciato musica, letteratura e arte, come nel progetto con Franco Matticchio o nel libro scritto con Ornella Vanoni. Da dove nasce questa urgenza di attraversare più linguaggi?

Immagini, parole, suoni, sentimenti... Sono questi i miei ingredienti. Può cambiare il contenitore, un libro, un disco, una colonna sonora, ma a me sembra di fare sempre la stessa cosa: dire nel modo più chiaro di che emozione si sta parlando.

C’è un luogo, un ricordo o un suono di Milano, città dove è nato e dove continua a tornare con i suoi progetti, che porta ancora con sé quando scrive?

Molti. Resta la mia città, anche se mi sono trasferito. Una Tavola Calda – si chiamavano così – dopo la visione di un film in un cinemino dalle parti di piazza Prealpi. Un locale dove ci facevano restare fino a notte fonda ad ascoltare jazz e contaminazioni, consumando solo una birra in tre. Un tram da prendere di corsa, un appuntamento finito con un bacio in piazza Baiamonti. Un cestino della spazzatura con dentro un mazzo di fiori. Mille sono miei i ricordi impigliati in qualche angolo di Milano.

Informazioni 

Turbo-Lento
Operetta da camera elettroacustica in due tempi
I Metameccanici e Pacifico 
Volvo Studio Milano 
Martedì 25 novembre 
Mercoledì 3 dicembre 
Martedì 9 dicembre 
Martedì 16 dicembre

L’intervista a Pacifico è stata pubblicata su Club Milano 77

 

In apertura, Pacifico ritratto da Alberto Mancini e Federico Angianiello

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