A lezione di vita

Paolo Fresu. Foto di Manuela Abis

Isolano d’altri tempi, legato a doppia mandata alla sua terra, la Sardegna, eppure capace di girare il mondo e conquistarlo al punto da riuscire a portarlo a casa sua, laddove tutto ebbe inizio. Di recente ha lanciato una collaborazione con il bassista svedese Lars Danielsson, ma sia Peter Gabriel sia i Massive Attack hanno scritto per lui. Ha un rapporto fisico con la tromba che usa per esprimere ciò che ha dentro e a novembre (dall’1 al 13) è di scena a Milano per JazzMi, perché nessuno meglio di lui è in grado di raccontare l’universo musicale del jazz in tutte le sue declinazioni.

di Nadia Afragola

Ci racconta chi è Paolo Fresu?
Un musicista. Spero non solo quello. Un trombettista che vive di musica e gira il mondo. E poi sono tutte le cose che nascono grazie alla musica.

Cosa è il jazz per lei?
La vita, anzi ciò che più di ogni altra cosa ha cambiato la mia vita. È la musica giusta, quella del dialogo, della conoscenza, della libertà. È ciò che mi ha fatto conoscere il mondo, che ha permesso al mio linguaggio di arricchirsi.

Come sta il jazz in Italia?
Qualitativamente parlando sta bene. Ci sono tanti musicisti, giovani straordinari che suonano in giro per il mondo. Il nostro è uno dei Paesi più ricchi anche perché la musica jazz è quella del presente e più di ogni altra si sposa con la diversità dei nostri giorni. Questa ricchezza non va di pari passo con la situazione del jazz: i musicisti ci sono, ma il lavoro è poco, è di politica culturale che dovremmo parlare a questo punto. Mancano gli spazi, vanno bene i conservatori, ma serve più jazz nelle scuole, anche in quella primaria, nella materna. Sul piano creativo ci sarebbe tanto lavoro da fare come anche sul posizionamento del jazz nella cultura musicale italiana. Non è più una musica di nicchia, penso a cosa siamo stati in grado di fare tre anni fa ad Aquila in occasione di “Terre del Sisma”: sono arrivate 60 mila persone nell’arco di una sola giornata.

Dicono che lei sia uno dei migliori nel suo campo, ma soprattutto dicono che il suo suono sia cool…
Che strana parola da abbinare a un trombettista! Il mio jazz va verso la melodia, che vuol dire canto e tromba, non dimenticando mai che lo strumento che più si avvicina alla voce umana è proprio quello che mi accompagna da sempre. Chi suona la tromba, suona cantando. Per me suonare vuol dire avere dei pensieri nella testa e portarli nello strumento. Se guardo una partitura non suono con lo strumento. Fischio, canto quella “partitura”: è un atteggiamento naturale verso la musica. In una dimensione semiacustica, invece uso l’elettronica.

Come nasce la collaborazione discografica con il bassista svedese Lars Danielsson?
Da una passione reciproca. Lo conosco da tanti anni, sono uno dei suoi primi fan, l’ho invitato tante volte alle mie rassegne. Un bel giorno mi chiama e mi dice che vorrebbe fare un duetto con me. È stato un onore immenso, siamo andati in studio con le nostre musiche e ne è nato un progetto acustico che porteremo in giro a partire dall’anno prossimo, il tutto grazie al suo suono straordinario. La prima mondiale sarà a Milano il 4 novembre.

Come cambia suonare in un duo?
È molto bello, suono spesso in piccole formazioni. Tanti progetti nascono in un duo, mi piace anche l’idea del trio, parliamo di dimensioni cameristiche, spesso senza la batteria. Se non hai il suono delle percussioni hai più spazio e libertà, assapori l’idea del suono in modo diverso. Il duo è una sfida, una situazione dialettica in cui non puoi mai abbassare la guardia, devi sempre supportare il tuo partner ma, se fatto con le persone giuste, regala grandi soddisfazioni. Sul palco vedrete suonare due persone, un bassista e un trombettista e nel mezzo accadrà una magia.

A novembre vi esibirete al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano. Ha già suonato lì?
Sì. È un posto molto bello. Milano la considero una delle mie città, non solo per i tanti appuntamenti al Blu Note ma anche per i live all’Auditorium, al Manzoni, alla Scala. Il mio apprendistato è partito dalla Sardegna, per poi arrivare al capolinea di Milano, città che ha accolto alla grande il jazz.

Un sardo come lei come vive Milano?
Molto bene direi, la trovo migliorata negli ultimi anni, più dinamica. Ricordo un paio di anni fa una rassegna al nuovo Auditorium Unipol, siamo stati lì dentro due giorni con un gruppo di musicisti internazionali: per loro era una città vivace, arrivavano da ogni angolo del mondo eppure erano colpiti dalla vitalità di Milano. Sono fiero di sentirmi parte di questa città che sta dando tanto alla cultura non solo del jazz. Non ho mai vissuto Milano da cittadino, ero sempre di passaggio ma è in crescita, lo vedono tutti.

Paolo Fresu. Foto di Roberto Cifarelli

Paolo Fresu. Foto di Roberto Cifarelli

Miles Davis diceva: «Meno note sono molto più efficaci di molte». Lei cosa pensa in merito?
Sono totalmente d’accordo, anche se non è detto che sia sempre così. Meno note danno spazio al silenzio e nella musica è fondamentale come nella vita di tutti i giorni. Suono la nota giusta, la faccio respirare e le do un senso nuovo. Per fare ciò però devi avere un rapporto preciso con la costruzione della musica, ecco perché amo certi musicisti silenziosi, quelli che da sempre riescono a mettermi a mio agio. Cercare la profondità delle note non è facile, vuol dire approfondire l’idea del suono. Se fai una nota non devi per forza farne una subito dopo, a meno che non sia quella “giusta”. È come dire qualcosa, se usi le parole giuste non serve ribadirlo. È questa la lezione più importante che ho appreso dai miei maestri.

Ha iniziato a studiare musica all’età di undici anni nella banda musicale del suo paese natale. Da affermato musicista è poi tornato a suonare dove tutto ebbe inizio…
La mia divisa, la mia giacca sono lì, e quando arrivo mi metto accanto ai bambini di undici anni, una delle cose più belle. Faccio arrivare i musicisti più importanti al mondo durante il Festival che ho messo in piedi nel corso degli anni ed è sempre una esperienza straordinaria, come se avessi iniziato ieri. Continuo a fare progetti con tante bande, penso a quella di Montescaglioso in Puglia. Suonano ancora le fisarmoniche, e poi sulle Dolomiti con la Banda di Pozzo di Fassa. Quelle bande rappresentano un ritorno a casa, oltre a essere una immensa fonte di ispirazione, ecco perché continueranno sempre a esserci.

Dal 2016 è ambasciatore dell’Unesco Giovani per l’Italia. Come si parla ai ragazzi di oggi?
In modo diretto, per evitare aspettative sbagliate. La domanda che ti fanno è sempre la stessa: come si fa a diventare bravi e come si fa a diventare grandi? C’è una sola risposta: date tutto di voi, amate enormemente quello che fate, fatelo con caparbietà anche quando non arriveranno risultati. La musica non è matematica, non è fare una scuola, imparare il metodo e metterlo in pratica, non è ragioneria. Devi diventare musicista dentro di te, non basta che tu sappia leggere le note, la complessità della musica va vissuta e non tutti ce la fanno perché la musica non è facile, non puoi paracadutartici dentro. Se guardi certi format televisivi pensi di poter diventare ricco e famoso in men che non si dica, chissà… Io dico che serve un percorso quotidiano, fatto di ore e ore di prove e di conoscenza. Viviamo una fase storica nel Mediterraneo, e la musica può dare a tutti una grande lezione di vita, perché in un microsecondo arriva dall’altra parte dell’Oceano e non c’è muro che possa fermarla. Ma soprattutto dimostra che siamo tutti uguali.

La sua attività discografica vanta oltre 400 dischi, quella concertistica più di 3.000 esibizioni in tutti e cinque i continenti. Gli stimoli sempre nuovi per salire sul palco una volta in più o per entrare in uno studio di registrazione dove si trovano?
Il mio epicentro è la musica. Sempre. Dentro ci sono le emozioni che poi trasformo ma perché la musica riesca a raccontare delle cose occorre che tu abbia una vita ricca. Poi quando sali sul palco dimentichi la fatica della giornata, scarichi le tue energie e sei pronto a ripartire. È la mia medicina, e più passano gli anni più sono felice di riuscire a trasferire gran parte di tutto questo ai giovani. Parlo della passione, della conoscenza che fai da solo, delle porte giuste che si aprono e di quelle chiuse a chiave che devi essere talmente forte da riuscire a buttare giù.

Ha insegnato musica per tanto tempo e in contesti diversissimi dalle scuole medie statali di Mores, per intenderci, ai corsi di alta specializzazione di Siena Jazz. Come si insegna la musica?
Che bella domanda! Ognuno di noi ha un modo tutto suo di insegnare. Non sapevo cosa volesse dire quando ho iniziato a farlo, ho dovuto fare un lavoro su me stesso, mi sono fatto delle domande, mi son chiesto perché facessi certe cose in modo così naturale e ho provato a capire come trasformare il tutto in ricerca e conoscenza. Ho imparato sulle spalle dei miei allievi e poi, con il tempo, ho trovato il mio metodo. A metà degli anni Ottanta insegnavo jazz, una materia misteriosa. Oggi è tutto cambiato, le tecniche si sono affinate. In classe portavo dei libri fotocopiati, lo ricordo ancora, oggi trovi tutto in rete. Credo che comunque la cosa più difficile da trasmettere non sia la scala degli accordi, ma come vivere la musica, respirando ogni singola nota. Quello che ti serve non lo apprendi dai libri, non lo trovi scritto da nessuna parte. Puoi suonare anche una nota sbagliata, purché racconti qualcosa. Il nostro mestiere ha senso solo se riesce a farsi arte, se arriva a instaurare quel rapporto dialettico tra terra e cielo che è quasi difficile da raccontare.

 

In apertura foto di Manuela Abis.

Articolo pubblicato su Club Milano 46 settembre-ottobre. Clicca qui per scaricare il magazine.

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