Giuseppe Genna

Giuseppe Genna. Foto di Francesco Pizzo

IL PRESENTE ACCELERATO

Milanese, classe 1969, autore di romanzi e di saggi, intellettuale polivalente con interessi che spaziano dalla scienza alla teologia e alla metafisica. Con lui abbiamo parlato di editoria, della mancanza di una comunità e di quanto si è trasformata Milano.

di Gaetano Moraca – foto di Francesco Pizzo

Già consulente editoriale per Il Saggiatore e in passato per gli Oscar Mondadori, Giuseppe Genna ha alle spalle una densa produzione editoriale dapprima incentrata su romanzi noir, thriller e spy-story d’ambientazione milanese per aprirsi poi alla literary fiction attraverso un’ibridazione di generi letterari diversi. Affascinato dalla teoria della singolarità tecnologica di Raymond Kurzweil che sostiene il prossimo ingresso delle macchine nel corpo umano, è molto attivo sulle pagine de l’Espresso.

Come ti sei avvicinato alla scrittura?
Alla fine degli anni Settanta nel quartiere in cui sono cresciuto, Calvairate, mi sono avvicinato alla cooperativa Intrapresa di Gianni Sassi, una comunità culturale molto coesa dove ho conosciuto il poeta milanese Antonio Porta. Sotto il suo magistero ho iniziato a praticare seriamente la scrittura poetica, poi sono venuti il mensile Poesia di Crocetti, Mondadori e Rizzoli. L’esordio letterario invece è arrivato nel 1996, mentre collaboravo agli Oscar Mondadori, con un libro firmato Luther Blissett e intitolato Net.gener@tion.

Il tuo ultimo libro History è uscito nel 2017 ma è ambientato nel 2018. A leggerlo oggi si ha quasi la sensazione che si riferisca già al passato.
Questo perché la nostra realtà è estremamente accelerata nella sua trasformazione, anche antropologica. Il tentativo del libro è proprio mostrare che dal punto di vista dei progressi tecnologici un anno dei nostri equivale a cinque o dieci del passato. Oggi assistiamo a un crollo potente del futuro nel presente. Il futuro viene a distorcere il presente in una forma esotica e sconcertante con cui anche l’antropologia deve fare i conti, rivoluzionandosi.

Giuseppe-Genna.-Foto-di-Francesco-Pizzo

C’è un proliferare di libri distopici: marketing o esigenza narrativa?
Nonostante un grande uso del termine, io non vedo una narrazione distopica interessante da anni, a parte rari casi come China Miéville. In Italia poi non c’è terreno fertile. Il contemporaneo non è bello e automaticamente la destinazione diventa uno scenario apparentemente distopico, sdrucito, sporco. Stiamo già vivendo distopicamente. Come scrittore percepisco una disabilitazione dell’invenzione, la realtà mi sembra più calamitante. Mi sento immorale a inventare davanti a questo disegno fascista che si sta materializzando nel nostro Paese. Cosa dovrei inventare di fronte alla proposta Pillon che va a segare le gambe alle madri e ai bambini delle famiglie separate?

Come leggi la trasformazione di Milano degli ultimi anni?
Il processo di accelerazione ha causato un riassetto urbanistico della città, dalle Torri di Gae Aulenti a quelle di City Life, al Bosco Verticale. Il processo di gentrificazione non è altro che un aspetto minimo del mutamento antropologico. La città che ho vissuto fino all’inizio degli anni Zero non c’è più. Milano è un’eccezione economica e sociale italiana, clamorosamente anonimizzante anche nel momento in cui ti dà il quarto d’ora di celebrità. Non è un popolo e non è una popolazione, però è un luogo in cui avvengono delle cose. Questa Milano cromata, della fashion week, del fuorisalone è un campo di narrazione possibile, a partire dalla sua capacità di spersonalizzazione, di esposizione a eventi effimeri. La creazione di una comunità attraverso modalità socio-culturali mi pare che sia inesistente. Milano corre e non sedimenta l’esperienza del nuovo, perché c’è sempre un altro nuovo che incombe. Le condizioni di empatia generale sono ridotte ai minimi termini per cui è raro che una comunità prenda corpo.

Però il 30 settembre 25mila persone si sono ritrovate in piazza Duomo unite contro il razzismo.
È vero ed è stato notevole. Ma io ci ho letto una collazione di tante individualità, tante micro comunità che condividono dei temi di fondo, per esempio la tenuta democratica del Paese. Non direi però che questo crei popolo. Oggi l’immaginario collettivo è una nube gassosa che si condensa a seconda dei momenti su istanze e suggestioni, ma non è in grado di fare arte, quindi non è una comunità. Questa comunità che viene dalla Naba, dallo Iulm, dallo Ied, non è in grado di creare l’estetico-artistico. Crea un’urbanistica depersonalizzante, gentrificante, che è la norma dei tempi. Milano non è solidale
nell’incontrarsi e nel progettare culturalmente. Quelle 25mila persone difficilmente potrebbero sintetizzarsi in un unico soggetto partitico o di movimento, ed è questo quello che serve all’Italia ora.

Cosa suggeriresti di leggere per provare a decifrare questo momento storico?
La nuova saga di Wu Ming, Proletkult, che lascia il genere storico per andare a reinventare il genere storico; Il dono di saper vivere di Tommaso Pincio che parte apparentemente da una fantasia caravaggesca per poi risolversi in una storia dell’Io e in una meditazione molto radicale e formalmente coraggiosa; Bontà di Walter Siti, un esercizio balzachiano sul mondo dell’editoria; l’ultimo di Valerio Evangelisti che chiude l’enorme saga dell’inquisitore Nicolas Eymerich; e infine Istruzioni per diventare fascisti di Michela Murgia. A parte Evangelisti, sono tutti italiani editi da Einaudi, e questo la dice lunga su dove va la letteratura italiana.

 

Intervista pubblicata su Club Milano 47 novembre-dicembre. Clicca qui per scaricare il magazine.

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