La nebbia di Milano

Nebbia su CityLife. Foto di Simone Viani @ unsplash

Nell’immaginario milanese la “scighera”, la fitta nebbia padana, ha un posto d’onore. Raccontata nei libri, nelle canzoni, nei film, continua a essere protagonista dei cliché sulla città, anche se, ormai, da realtà si è trasformata quasi in mito.

di Matilde Quarti

Milano, di miti, ne ha tanti, ma nessuno sembra essere duraturo come quello della nebbia, in dialetto milanese scighera, densa, fitta e spessa come un muro, che impedisce di vedere a un palmo dal naso e nasconde i contorni dei palazzi e delle strade. È una nebbia che ammanta la città di mistero e la rende il teatro perfetto per storie oniriche, in cui sogno e verità si confondono. In realtà a Milano da qualche decennio ormai, non c’è più così spesso. Per ritrovarla i milanesi devono uscire dai confini, andare verso Pavia, verso Lodi: difficilmente la scighera si fa vedere in città.
Per cominciare a conoscere “la nebbia di Milano” possiamo affidarci a un libro che si intitola proprio così, sembra quasi un gioco, e richiama alla perfezione l’atmosfera che stiamo cercando. L’autore è un funambolo delle forme e delle parole: il designer Bruno Munari. Nella nebbia di Milano, con disegni in bianco e nero su pagine trasparenti che si sovrappongono a creare cortine di nebbia, racconta un’ipotetica passeggiata per la città, tra macchine e semafori e attraverso un parco ricoperto dalla bruma notturna. Munari, d’altronde, non poteva che amarla, la scighera, come tutti i suoi concittadini. A odiarla, invece, è un toscano trapiantato all’ombra del Pirellone, che racconta sgomento di questa stramba fissazione dei milanesi. Si tratta di Luciano Bianciardi che nel suo romanzo più famoso, La vita agra, scrive: «La chiamano nebbia, se la coccolano, te la mostrano, se ne gloriano come di un prodotto locale». E proprio di un prodotto locale si tratta anche per un altro autore estraneo alla città, Pier Paolo Pasolini, che ha trasformato la nebbia in un vero e proprio epiteto per raccontare Milano: La nebbiosa è infatti il titolo di una sceneggiatura scritta da Pasolini per un film mai girato. Una storia di “teppa”, ovvero di malavita, che sfreccia in macchina per la città, da corso Buenos Aires fino a Metanopoli.

Il Naviglio Pavese nel 1951. Foto di Paolo Monti da wikimediacommons

Il Naviglio Pavese nel 1951. Foto di Paolo Monti da wikimediacommons

I milanesi, forse, la scighera preferiscono raccontarla tramite le canzoni, un patrimonio locale ricchissimo in cui italiano e dialetto si mescolano per descrivere storie di poveri cristi, ragazze innamorate, manigoldi e banditi che spariscono nella bruma. Le canzoni di Jannacci, per esempio, rappresentano un universo popolare, variegato e malinconico che si srotola ai fianchi dei viali di periferia. Come Vincenzina e la fabbrica, che fa da colonna sonora al film di Mario Monicelli Romanzo popolare, girato in uno stabilimento di Lambrate. O ancora le ballate cantate da Ornella Vanoni: Tu mi ricordi Milano, per esempio, canzone d’amore in cui Milano è rappresentata con i Navigli “vestiti di nebbia”, o Ma mi, scritta da Giorgio Strehler: il canto in dialetto di un partigiano rinchiuso nel carcere di San Vittore tra la nebbia e il gelo. Ma, come abbiamo detto, il mito della scighera è duro a morire, ed è resistito nei decenni nonostante la nebbia diventasse sempre più sottile, fino a farsi quel semplice velo che oggi compare nelle serate più buie. Nebbia in Valpadana è la canzone di Cochi e Renato (scritta non a caso da Jannacci) che dà il titolo all’omonima sit-com del duo: nonostante sia uscita a cavallo del 2000 (ma si può ancora guardare su RaiPlay), non ha perso l’ironia surreale dei vecchi tempi. E chi, poi, non conosce Milano Milano, l’inno d’amore alla città degli Articolo 31 in cui un riferimento alla scighera, tra un verso e l’altro, sembra quasi obbligato?
La nebbia, a Milano, assume però talvolta anche contorni spettrali, come quello del fantasma di Carlina, una figura nera che infesta le fotografie che tanti novelli sposi fanno nei pressi del Duomo. La leggenda narra infatti che Carlina fosse una ragazza di Como che, appena sposata, decise di salire a visitare le terrazze del Duomo con il suo giovane marito, Renzo. Ma una volta in cima, alla ragazza parve che le statue austere delle guglie la fissassero con riprovazione. La Carlina nascondeva infatti un segreto: un tradimento che aveva portato al concepimento di un figlio che lei stessa aveva fatto credere fosse di Renzo. Piena di angoscia, Carlina si mise a vagare fino a che, smarritasi nella nebbia, cadde di sotto. Ma, per fortuna, quella della Carlina non è che una delle tante leggende cittadine, un altro mito, insomma, e quel che resta della scighera continua indisturbato a cullare i sogni dei vecchi e dei nuovi milanesi.

 

Articolo pubblicato su Club Milano 54 gennaio – febbraio 2020. Clicca qui per scaricare il magazine.

 

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