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ARTE

Ale Giorgini

Disegnare Milano per imparare a guardarla

Con un passato da art director e una carriera costruita tra illustrazione, moda e comunicazione, racconta il suo modo di trasformare luoghi e suggestioni in immagini. Da Milano al lavoro su commissione, fino al progetto per VOGA, un viaggio dentro il suo sguardo e il suo metodo creativo

DI MARCO TORCASIO

22 September 2026

Da bambino disegnava per passione, ma per molti anni il suo mestiere è stato un altro. Vicentino, autodidatta, Ale Giorgini arriva all’illustrazione professionale dopo circa quindici anni trascorsi tra grafica e art direction. Un percorso laterale che, anziché rappresentare un limite, ha finito per orientarne il lavoro verso comunicazione, advertising, moda e design e per costruire una cifra visiva riconoscibile, geometrica ed essenziale.

Milano è il luogo in cui il percorso di Giorgini incrocia con maggiore continuità il mondo della comunicazione, del design e della moda. Una città che frequenta da anni per lavoro e che, nel tempo, è diventata per lui anche un terreno di osservazione e di ricerca visiva. Lo incontriamo in occasione della presentazione della Limited Edition del Pinot Grigio delle Venezie DOC di VOGA, progetto realizzato per celebrare i vent’anni del brand negli Stati Uniti e il suo debutto sul mercato italiano.

Partiamo dal tuo percorso. Come sei arrivato all’illustrazione?

Sono vicentino. Ho iniziato quasi per caso a fare questo mestiere, disegno da quando sono bambino ed è sempre stata una mia passione. Il mio percorso di vita, però, non mi ha portato a formarmi specificamente in questo settore. Ho lavorato come grafico e art director per circa quindici anni per poi, essendo una persona molto caparbia, decidere di provare a fare l’illustratore da autodidatta. Credo di aver vinto quella scommessa con me stesso, perché ho avuto la fortuna e il piacere di lavorare con realtà come Armani, Adidas, Puma, Lavazza e molte altre, muovendomi trasversalmente tra moda e design. Proprio per il mio background da art director, rispetto ad altri percorsi nell’illustrazione mi sono rivolto soprattutto alla comunicazione, all’advertising e al fashion.

Milano è una città in cui torni spesso. Che rapporto hai costruito con lei attraverso il lavoro?

È diventata un luogo nel quale raccogliere immagini, stimoli e suggestioni che poi entrano a far parte di una sorta di archivio del mio immaginario. Lavorare qui è frenetico, perché i tempi sono sempre strettissimi e le aspettative alte, ma credo sia proprio questa densità l’aspetto interessante. Ci sono continuamente cose da osservare e da trattenere, anche quando non sai ancora se e come finiranno dentro un lavoro. Nel tempo il mio rapporto con Milano è cambiato anche per questo: non è più soltanto un posto in cui arrivare per un appuntamento professionale e poi ripartire, ma una città che provo a osservare.

Se dovessi raccontare la città attraverso una tua illustrazione, quale immagine sceglieresti?

Credo di aver disegnato più volte Milano di Vicenza. Il momento che torna spesso è quello dell’aperitivo. Credo quasi di conoscere Milano più attraverso i miei disegni che dal vivo: può sembrare assurdo.

Milano è entrata anche nella collezione che hai realizzato per Jacques Durand in occasione della Design Week. Come hai lavorato in quel caso?

Ho disegnato una collezione per Jacques Durand composta da quattro modelli di occhiali, uno dei quali dedicato proprio a Milano, con il nero all’interno e l’avana all’esterno. Ho pensato a questi occhiali come a qualcosa che, visto da fuori, potesse sembrare quasi normale, con una montatura bold, ma che nascondesse un elemento da mostrare di rado. All’interno c’è infatti un panorama. Ho immaginato che lì dentro potesse accadere una piccola storia d’amore, con la città sullo sfondo.

L’occasione del nostro incontro è invece il progetto realizzato per VOGA. Come è nata la collaborazione?

Ho ricevuto la prima telefonata da Luana Cappuzzo, Marketing Manager di Italian Wine Brands, l’antivigilia di Natale: io ero al supermercato e lei in aeroporto. Abbiamo gettato le basi per risentirci dopo le feste e capire che cosa avremmo potuto fare insieme per i vent’anni di VOGA. Il progetto ha richiesto una gestazione abbastanza lunga, perché celebrare vent’anni per un’azienda è qualcosa di importante ed essere chiamato a “vestire” un anniversario del genere comporta una certa responsabilità. Ho ricevuto carta bianca e, quando succede, davanti a te si spalanca l’infinito: può sembrare la condizione ideale, ma diventa anche una sfida. Abbiamo quindi cercato delle strade comuni per interpretare la filosofia di VOGA e l’anniversario. Il risultato è una serigrafia che veste una bottiglia già molto riconoscibile. Ho cercato di giocare con il colore dorato del Pinot Grigio, immaginando che quell’oro diventasse il riflesso della golden hour, e ho inserito una coppia in una sorta di limbo dorato durante un brindisi. Non volevo definire troppo la scena, ma lasciare a chi prende in mano la bottiglia la possibilità di visualizzare un momento: una cena in terrazza, una situazione più intima a casa con gli amici, un aperitivo alla fine della giornata. Ho cercato di intercettare la connotazione glamour del brand attraverso il mio linguaggio visivo, con un’immagine poco caratterizzata nell’espressività delle figure ma molto geometrica e minimale.

Quando lavori su commissione, come riesci a mantenere la tua cifra?

In questo momento del mio percorso professionale ho il privilegio di essere scelto perché piace la mia voce. Credo che la cosa più importante sia il dialogo: capire le esigenze, le aspettative e le motivazioni che portano al mio coinvolgimento. Da parte mia è importante arrivare al miglior risultato possibile, al di là della soddisfazione personale. Su entrambi i fronti è però necessario mantenere la propria identità e questo si può fare soltanto accompagnandosi a vicenda in quello che, alla fine, deve essere un lavoro di squadra.

Milano ridisegna continuamente se stessa, nello skyline come nei quartieri. Qui anche l’illustrazione sembra avere un peso particolare. È così?

Milano è la capitale dell’illustrazione italiana. Qui ci sono alcune delle scuole più importanti: io stesso ho insegnato alla Bauer e allo IED e ho dato vita a eventi che coinvolgevano studenti di illustrazione tra BASE, Isola e altri luoghi della città. Inoltre, qui hanno vissuto alcuni degli illustratori e delle illustratrici più iconici del panorama italiano. La città ha moltissime sfaccettature. È modernissima, ma ha anche una storia profonda; è la città della moda e del lusso, ma allo stesso tempo delle tradizioni e degli artigiani di bottega. Per chi vuole raccontarla è uno stimolo continuo. Credo ci sia una differenza profonda tra fotografare una città, o guardarla distrattamente attraverso lo smartphone, e disegnarla. Disegnarla significa osservarla con uno sguardo più profondo, studiarne i dettagli e reinterpretarla.

Prima di cominciare a osservare Milano con l’occhio dell’illustratore, quali aspetti della città non avevi colto?

Quando lavoravo in agenzia mi capitava di venire spesso a Milano e di percepirla come una città grigia, frenetica e così via. Oggi ho la fortuna di poterla frequentare in maniera più leggera e questo mi permette, per esempio, di vedere un parco da un punto di vista diverso e di apprezzarlo. Il mio lavoro mi ha portato a osservare aspetti di Milano che sfuggono a uno sguardo distratto. Guardare con lentezza non significa avere il privilegio di perdere tempo: significa avere l’intenzione di osservare le cose con calma.

 

Voga Pinot Grigio Limited Edition

Bottiglie limited edition serigrafate da Ale Giorgini per VOGA. Disponibili nei migliori punti vendita Ho.Re.Ca. e su vino.com

 

 

In apertura, Ale Giorgini. Foto di Luca Mazzocco

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