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DESIGN

Enrico De Lotto e Mandalaki

La luce è materia, tra percezione e respiro

In contrasto con la densità del contesto urbano, il nuovo progetto Breath di Mandalaki per Volvo Studio Milano si configura come un dispositivo capace di rallentare il tempo e ridefinire il rapporto tra corpo, spazio e ambiente. L’installazione sarà visibile dal 17 al 26 aprile 2026, in occasione di Milano Art Week e Milano Design Week

DI MARCO TORCASIO

15 April 2026

Fondato nel 2012, Mandalaki è oggi una realtà articolata che opera al confine tra design, arte e tecnologia. Nato come studio di progettazione, il collettivo ha progressivamente ampliato il proprio raggio d’azione fino a includere ricerca artistica, produzione sperimentale. In occasione della Design Week 2026, Mandalaki presenta Breath. Architecture of Lightness, un’installazione site-specific per Volvo Studio Milano, a cura di Rischa Paterlini, in collaborazione con Viasaterna che pone la luce in dialogo con aria, movimento e percezione, costruendo un’esperienza immersiva e dinamica. Abbiamo incontrato Enrico De Lotto per approfondire il percorso dello studio di cui è fondatore insieme a George Kolliopoulos, Giovanni Senin e Davide Giovannardi.

Partiamo dalle origini: come descriveresti oggi Mandalaki a chi ancora non vi conosce?

Nasciamo come studio di design, ma fin dall’inizio abbiamo sentito l’esigenza di affiancare alla progettazione per l’industria una ricerca più libera, quasi artistica. Le prime installazioni luminose per eventi e concerti sono state terreno di sperimentazione autonoma, una sorta di laboratorio parallelo. Oggi questa duplice natura è diventata il nostro DNA: Mandalaki è una piattaforma che integra progettazione, produzione e ricerca. Sotto questo “contenitore” convivono diverse anime, dall’illuminazione con Halo Edition fino all’architettura abitativa con Monocabin.

Quali sono gli elementi che definiscono il vostro approccio progettuale?

Il punto di partenza è sempre l’uomo. L’ergonomia, intesa non solo in senso funzionale ma anche percettivo ed emotivo, è centrale. Nei nostri progetti cerchiamo di generare un’esperienza che vada oltre l’oggetto: un equilibrio tra stupore, contemplazione e benessere. Le lampade Halo, ad esempio, nascono per creare un “wow effect”, ma al tempo stesso attivano una dimensione meditativa. Ci interessa lavorare su elementi universali, non legati a mode o gusti personali. La luce, come il paesaggio naturale, ha una capacità intrinseca di generare benefici psicologici indipendentemente dal contesto culturale. A questo si aggiunge una ricerca formale orientata alla purezza delle linee e all’integrazione armonica con lo spazio.

Il vostro team è composto da figure con background molto diversi. Quanto conta questa eterogeneità?

È fondamentale. Le nostre competenze spaziano dal design industriale all’economia, dall’arte alla ricerca tecnologica. Questa diversità genera un confronto continuo e produttivo. Ed è proprio questa pluralità a definire la nostra identità.

Milano ha avuto un ruolo determinante nel vostro percorso?

La forte apertura internazionale della città è capace di dare visibilità anche a progetti sperimentali. Le nostre prime collaborazioni con l’estero sono nate proprio grazie al contesto milanese. Penso, ad esempio, a quella con la Galleria Rossana Orlandi, dove abbiamo presentato i primi prototipi Halo in uno spazio quasi sotterraneo. Da lì è iniziato un percorso che oggi continua, anche in occasione della Design Week.

Quando avete iniziato a considerare la luce come materia progettuale?

All’inizio la luce era uno strumento. Poi abbiamo capito che poteva diventare il fulcro del progetto. In natura siamo abituati a percepire sfumature complesse – il cielo, i tramonti – e abbiamo cercato di replicare quella qualità attraverso un approccio analogico. Le nostre lampade non utilizzano sistemi RGB tradizionali: lavoriamo con luce bianca ad alta efficienza che viene scomposta attraverso ottiche progettate ad hoc. In questo modo otteniamo gradazioni cromatiche profonde e naturali, con un effetto quasi pittorico, una sorta di trompe-l’œil luminoso.

Arriviamo a Breath: qual è stato il punto di partenza dell’installazione?

La prima parola è stata “movimento”. Collaborando con Volvo, il tema della mobilità era imprescindibile. Ma volevamo interpretarlo in modo diverso, immaginando un futuro in cui il movimento generi aria pulita, leggerezza, silenzio. Un ricordo personale ha avuto un ruolo importante: un viaggio a Shenzhen, dove mi ha colpito la qualità dell’aria in una città un tempo molto inquinata. Da lì è nata l’idea di lavorare appunto sull’aria come elemento progettuale, evocando paesaggi di alta quota, tra purezza e sospensione.

L’installazione è descritta come una “scultura dinamica”. Come si è sviluppato il processo progettuale?

Attraverso una lunga fase di sperimentazione. I primi test erano quasi domestici: ventole, materiali diversi, tentativi empirici per capire come l’aria potesse generare forme. Progressivamente siamo passati a una progettazione più strutturata, disegnando ogni elemento – anche i sistemi di ventilazione – per integrarli nella scultura. Il tessuto utilizzato, una fibra tecnica ignifuga chiamata Tempesta, reagisce ai flussi d’aria generando configurazioni sempre diverse. Questo introduce un elemento di imprevedibilità che abbiamo scelto di non controllare completamente.

Oltre a luce e movimento, anche il suono ha il suo peso specifico.

Esatto. L’aria produce naturalmente vibrazioni e fruscii. Abbiamo deciso di non eliminarli, ma di integrarli nel progetto, amplificandoli attraverso un lavoro sonoro. L’obiettivo è costruire un ambiente percettivo completo, in cui lo spettatore possa immergersi e, in qualche modo, disconnettersi dal ritmo metropolitano.

In questo senso Breath sembra porsi come una risposta al contesto urbano odierno.

Assolutamente. Milano è una città veloce, spesso rumorosa. Con questa installazione vogliamo introdurre un momento di sospensione. È un invito a rallentare, a riconnettersi con una dimensione più essenziale. In fondo, i primi progetti Halo nascevano proprio con questa intenzione: riportare al centro un gesto semplice, quasi arcaico, come accendere una luce e fermarsi a contemplarla.

Parallelamente all’installazione, presentate anche una mostra fotografica. Che ruolo ha all’interno del progetto?

Negli spazi degli uffici di Volvo Studio Milano esponiamo per la prima volta una selezione di fotografie realizzate in alta montagna. Sono immagini che documentano la nostra ricerca sul paesaggio e sulla luce naturale, e che hanno ispirato direttamente lo sviluppo delle lampade Halo e dell’installazione stessa. Il percorso espositivo mette in relazione immagine, luce e spazio, creando una continuità tra ricerca e applicazione progettuale.

Guardando al futuro?

Continueremo a lavorare sull’affinamento. Non crediamo nell’idea di “fare di più”, ma di fare meglio. La sperimentazione resta centrale: torneremo a lavorare in natura, portando le nostre lampade in contesti estremi – rocce, dune, paesaggi isolati – per osservare come la luce interagisce con l’ambiente. Parallelamente proseguiremo con progetti di installazione e ricerca artistica, mantenendo sempre questo dialogo tra design, percezione e paesaggio.

Una curiosità: cosa significa “Mandalaki”?

È una parola greca che significa “molletta”. Deriva da uno dei nostri primi progetti, un tavolo che integrava un sistema per bloccare e distribuire l’elettricità. Ci piaceva l’idea di un oggetto semplice, anonimo, ma estremamente funzionale e iconico. In fondo rappresenta bene il nostro approccio: unire elementi diversi in modo essenziale, creando connessioni inattese.

 

L’intervista a Enrico De Lotto è stata pubblicata su Club Milano 79

Informazioni 

Breath. Architecture of Lightness
17 aprile 2026, ore 19.00 
Volvo Studio Milano
Inaugurazione con Mandalaki Studio, Viasaterna e la curatrice Rischa Paterlini. Un momento di incontro con gli artisti, la curatela e il team di progetto per approfondire il processo creativo e il concept dell’installazione.

A seguire, alle ore 21.00, performance musicale live di In/Out di Luca Longobardi, compositore che unisce elettronica e musica classica, accompagnerà l’opera con un paesaggio sonoro capace di amplificare la percezione dello spazio e del tempo.

L’installazione sarà visibile fino al 26 aprile 2026, dalle 10.30 alle 19.00

 

 

In apertura, il team di Madalaki Studio: Davide Giovannardi, Enrico De Lotto, George Kolliopoulos, Giovanni Senin

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