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FOTOGRAFIA

Paolo Poce

Comprendere e indagare la realtà

Milanese d’adozione, classe 1973, ha frequentato la facoltà di Storia prima di capire che era la fotografia la sua vera vocazione. Nel suo lavoro coesistono servizi per i brand e progetti a sfondo sociale

DI PAOLO CRESPI

24 June 2026

Cosa ti ha spinto, a suo tempo, a passare dagli studi storici alla fotografia professionale?

La passione era iniziata presto, da adolescente, quando avevo ricevuto in dono la mia prima macchina fotografica, una vecchia Zenit con una sola ottica. L’Università non mi scaldava il cuore più di tanto, così, dopo aver indugiato a lungo con lavoretti vari e due esami l’anno per rimandare il servizio militare, ho deciso di darmi una chance provando a entrare alla scuola Bauer, che all’epoca (1997) era un luogo molto stimolante. Lì ho capito che la fotografia poteva essere la mia strada.

Quale è stata, nel tuo caso, la molla?

Scoprire che la fotografia era il mezzo ideale per entrare in contatto con persone e situazioni che mi interessava conoscere, per superare timidezze caratteriali e calarmi nell’indagine della realtà, che mi ha sempre affascinato. I miei riferimenti tra i maestri, in questo percorso di conoscenza, sono stati inizialmente Eugene Smith e Joseph Koudelka. E, in seguito, Luigi Ghirri e Gabriele Basilico, per citare solo i nomi più noti.

Come concili lavoro per la committenza e ricerca personale?

Ho iniziato la professione collaborando con Emblema, un’agenzia di news: producevo immagini per i giornali italiani e internazionali, seguendo importanti fatti di cronaca e politica. Dedicandomi con maggiore attenzione a temi sociali come l’immigrazione, il lavoro, il tema casa, conciliavo molto bene incarichi di agenzia e interessi personali. Sono stati quindici anni di esperienze fondamentali per la mia maturazione. Con la crisi dell’editoria e la conseguente chiusura di moltissime testate, ho cominciato a realizzare immagini per i brand e a dedicarmi agli eventi aziendali, apportandovi la mia competenza di fotogiornalista. In quel periodo è stato onestamente più difficile conciliare ricerca personale e lavoro su commissione. Con l’arrivo della pandemia e il contrarsi della richiesta in ambito commerciale, ho ripreso a occuparmi dei temi a me più cari.

Quali sono, in quest’ambito, i progetti e le esperienze che ti hanno dato maggiori riscontri e gratificazoni?

Nel mio portfolio per l’agenzia di news c’era già un lavoro nelle periferie di Bogotà, in collaborazione con l’Ong Terres des Hommes nel 2004. È stato il mio primo lavoro importante, un reportage di due mesi sulla migrazione interna alla Colombia provocata dalla guerra civile. Altri due momenti sono stati determinanti nel mio itinerario. La collaborazione cominciata nel 1998 con Opera Nomadi Milano mi ha portato all’interno dei campi rom sul territorio cittadino: la scoperta di un mondo così schiacciato dai pregiudizi e utilizzato spesso come capro espiatorio, mi ha spinto ad approfondirne la conoscenza anche negli anni dell’agenzia. Questo progetto, durato quasi vent’anni, ha trovato compimento nell’uscita di Romanes, un libro edito da Tonocontinuo Edizioni e presentato alla Triennale di Milano nel settembre 2023. Devo poi menzionare il lavoro svolto per FPCIM (Fondo Provinciale per la Cooperazione Internazionale di Milano), che mi ha condotto ad Haiti a realizzare un percorso di formazione visuale tra ragazzi haitiani e dominicani.

Come definiresti il rapporto con Milano, tua città d’adozione?

Ci siamo trasferiti qui, al seguito di mio padre, quand’ero ancora piccolo, quindi mi sento milanese a tutti gli effetti, anche se ho mantenuto un forte legame affettivo ed emotivo con Roma, dove sono nato nel 1973. Ultimamente ho un rapporto piuttosto conflittuale con la città, che ho vissuto e amato moltissimo, ma che negli ultimi dieci anni ha preso una brutta piega. L’attrazione che genera nei nuovi ricchi, assecondata dalle politiche delle varie amministrazioni, tende a escludere di fatto una larga fetta della popolazione, quella che sopporta le maggiori difficoltà, a cominciare dai costi spesso insostenibili dell’abitare. Anche la minaccia di chiusura che incombe su alcuni fondamentali luoghi di aggregazione, non solo giovanili, contribuisce a creare tensioni che non favoriscono il benessere della società nel suo complesso. Vedo però, nelle nuove generazioni, una ritrovata capacità di analisi e di ascolto e la volontà di far sì che Milano continui a essere, nonostante tutto, un grande e inclusivo laboratorio di crescita e sperimentazione. A queste energie fresche e al problema dell’abitare mi piacerebbe dedicare un nuovo progetto personale di largo respiro.

Com’è nata la foto scelta per la copertina del numero 78 di Club Milano?

È Piazza Duomo, in una di quelle giornate in cui non succede granché. La foto è stata scattata da un ufficio della Galleria che si affaccia sulla piazza, un punto di vista inedito. Mi piace per la sua qualità di immagine “senza tempo”.

 

L’intervista a Paolo Poce è stata pubblicta su Club Milano 78

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