In concorso nella sezione Orizzonti all’83ª Mostra del Cinema di Venezia, con Too Much Sugar il regista statunitense Robert Greene si muove tra finzione e documentario per realizzare il film che il suo amico Ryan Holliger ha sempre sognato
DI DENIS PREVITERA
14 September 2026
Nato nei primi anni Duemila nel cinema indipendente americano, il movimento mumblecore – il cui nome è frutto della crasi tra mumbling characters (personaggi che borbottano) e hardcore – si è costruito intorno a un’idea apparentemente semplice: pochi mezzi, dialoghi quotidiani, attori spesso non professionisti e storie concentrate sulle relazioni, sulle insicurezze e sulle difficoltà della vita contemporanea. Un cinema che cerca la spontaneità più della perfezione, lasciando spazio all’improvvisazione e a quella dimensione di incertezza che appartiene alla realtà. All’interno di questa tradizione si colloca anche Robert Greene, autore che negli anni ha portato tale sensibilità verso forme sempre più ibride, a metà tra finzione e documentario, e che di molti film del mumblecore è stato anche produttore e montatore.
È proprio da un incontro casuale che ha origine Too Much Sugar, la sua nuova opera in concorso nella sezione Orizzonti dell’ultima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Greene conosce Ryan “Holli-wood” Holliger alla partita di calcio dei loro figli e scopre che il suo sogno è fare un film. Decide così di accontentarlo, trasformando Ryan nel protagonista di un bizzarro e atipico documentario che nel corso delle riprese finisce però per diventare molto più di un semplice ritratto. L’uomo è una personalità difficile da dimenticare: sei figli da cinque donne diverse, un passato in carcere e una vita trascorsa ai margini, tra spaccio e criminalità. Accanto a lui c’è il suo migliore amico AccRite, a sua volta segnato da un passato in prigione e da un evento impossibile da elaborare: la perdita del figlio adolescente avvenuta nel 2023 a causa di una sparatoria. Greene realizza un film che oscilla continuamente tra documentario e finzione, senza mai nascondere la propria presenza e quella della macchina da presa, con cui le figure in scena interagiscono. Ryan e i suoi familiari possono in questo modo diventare, di volta in volta, protagonisti di storie diverse, a seconda dei loro desideri. Se la madre sogna di partecipare a un horror in cui va a caccia di persone, uno dei figli di Ryan insieme alla figlia di AccRite danno vita a una rocambolesca storia d’amore che sfocia in un fasullo matrimonio dai toni comici, mettendo in crisi per finta l’amicizia dei padri. Non si tratta di deviazioni dal racconto principale, sempre che ce ne sia davvero uno, ma possibilità offerte ai protagonisti per immaginarsi diversamente, per mettere in scena ciò che sono e ciò che vorrebbero essere.
Il cinema diventa così una forma di riscatto: Greene non si limita a raccontare persone che una società ha spinto ai margini, bensì mette nelle loro mani gli strumenti per raccontarsi (forse con sincerità, chissà) e per affrontare le proprie ferite. Come AccRite che rimette in scena gli eventi immediatamente precedenti alla morte del figlio, riuscendo però almeno nella finzione a convincerlo ad andare via dalla festa e quindi a salvarlo, dando vita a una scena dalla profonda funzione catartica. E mentre il film che Ryan voleva fare sul rapporto tra paternità e vita nella provincia operaia del Missouri prende forme sempre più imprevedibili, ciò che emerge è un racconto collettivo sulle possibilità di trasformare la propria esperienza in qualcosa di nuovo. Il cinema assume quindi una funzione che va oltre il racconto. Per Ryan e AccRite diventa la possibilità di guardarsi da una prospettiva diversa, di confrontarsi con il dolore e con il proprio passato, ma anche con il presente e con tutto ciò che hanno creato e di cui cercano di prendersi cura. Con Too Much Sugar Greene non offre loro semplicemente una macchina da presa: offre la possibilità di decidere cosa farne, riportando dunque il cinema al servizio dell’uomo.