Colore, Pop Art e divertimento, con queste parole Antonio Colomboni sintetizza il proprio lavoro, caratterizzato da un equilibrio sottile tra ordine e caos. L’illustratore e art director ripercorre con noi le tappe della costruzione di un linguaggio visivo, capace di raccontare la contemporaneità
DI GIULIANO DEIDDA
08 June 2026
Il mio iter di studi è stato un’Olimpiade. Ho provato ingegneria e architettura ad Ancona. Ho abbandonato e ho trovato lavoro in uno showroom di design. Mi sono appassionato al settore e dopo tre anni mi sono iscritto a Industrial Design allo IUAV di San Marino, dove ho conseguito la laurea triennale. Da quel momento è cominciato il mio vero percorso lavorativo, prima in Veneto, poi ad Amsterdam per uno stage. Alla fine sono approdato a Milano, dove all'inizio ho lavorato per piccole agenzie, mentre oggi sono freelance.
Voglio che i miei lavori abbiano sempre un significato, qualcosa che arrivi a chi osserva. Siamo costantemente bombardati da immagini, per catturare l’attenzione è necessario avere quel qualcosa in più. Non riuscirò mai davvero a mettere ordine nel caos. Il mio è un ordine apparente, un effetto ottenuto grazie a simmetrie e colori bilanciati.
Difficile da dire. Probabilmente c’è un 60% di italianità e un 40% di ispirazioni che arrivano da lontano, soprattutto dagli incontri che ho fatto. Come ho accennato, nel 2011 ho trascorso un periodo and Amsterdam per uno stage nell’agenzia Artmiks. Quella è stata un’esperienza estremamente formativa per un ragazzo giovane. Ho avuto la possibilità di imparare tanto in un contesto che incoraggiava la sperimentazione, senza paura di osare.
Sì ho avuto un momento di crisi. Dopo un po’ di anni a Milano avevo la sensazione di essere un criceto nella ruota. Poi è arrivata l’opportunità di lavorare in Spagna per Inditex (grosso gruppo, proprietario dei marchi Zara, Pull&Bear e Massimo Dutti tra gli altri, NdR). Per me, quel periodo trascorso a A Coruña è stato come un rehab, o meglio come una sorta di Erasmus lavorativo. Dopo due anni sono tornato a Milano con le batterie ricaricate.
Se per limiti intendiamo paletti, ce ne sono molto pochi. La collaborazione con loro ormai va avanti da anni. È sempre molto stimolante, perché con Maurizio Cattelan e Pierpaolo Ferrari si può lavorare sulle idee più trasgressive, anche per clienti importanti. È anche molto divertente.
Non direi, ho raccontato anche la guerra. Trovo bello il contrasto dell’affrontare tematiche difficili da digerire con i miei disegni naïf. A dire la verità sto anche pensando a dei progetti speciali. Per me è più facile disegnare che parlare di certi argomenti.
Quando ero a scuola ancora non esistevano i device digitali, si potevano solo immaginare. Oggi invece ho il rigetto. Ogni volta che posso realizzare un lavoro manuale sono più soddisfatto. Anche per questo ho appena preso uno spazio da adibire ad atelier.
L’approccio non cambia. Alcuni clienti mettono più paletti, altri meno. I lavoro migliori sono quelli con pochi paletti ovviamente. Più che con chi sogno di lavorare, posso dire cosa vorrei tanto fare. Mi piacerebbe tornare all’industrial design, iniziare a progettare complementi e oggetti. Mi sto muovendo in quel senso.
Alla pittura più introspettiva. Cercherei di tirar fuori quello che ho dentro in un posticino appartato di fronte al mare e arrivederci a tutti.