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CULTURA

Andrea Capaldi

Sentirsi a casa

DI ENRICO S. BENINCASA

20 February 2020

Torniamo un attimo indietro di qualche mese: l’estate 2019 di Mare Culturale Urbano è stata particolarmente intensa, con oltre 200 eventi in 90 giorni. Com’è andata?

Sono molto felice dei risultati ottenuti, abbiamo superato gli obiettivi che ci eravamo posti a inizio stagione. Abbiamo avuto oltre 60 mila presenze, ma per noi non è solo un discorso di numeri. Volevamo regalare alla città un “lungomare”, perché sempre più persone rimangono a Milano durante i mesi estivi e ci sembrava giusto donare loro un’atmosfera di questo tipo. L’operazione è riuscita, le persone hanno accolto il nostro invito e hanno trasformato MCU in una piazza di discontinuità rispetto ai ritmi cittadini.

Siete però sempre aperti anche nelle stagioni più fredde...

Sì, Mare Culturale Urbano non si prende pause. È un presidio sempre vivo e disposto ad accogliere persone diverse nei suoi spazi. La nostra caratteristica principale è questa: siamo un luogo per tutto e tutti, dove persone di età e provenienza differente riescono a sentirsi a casa nel vero senso della parola. La nostra programmazione si basa proprio sulla voglia di fare incontrare persone, vogliamo “accendere” il concetto di spazio nella maniera più completa possibile.

Perché venire a Mare Culturale Urbano in questo periodo dell’anno?

La stagione estiva ci permette di farci conoscere da sempre più persone e la nostra architettura ci aiuta in quel periodo dell’anno, ma chi si avvicina a MCU capisce subito che non ci fermiamo mai. La nostra dimensione invernale è calda, può regalare tanto al pubblico quanto agli artisti. Offriamo una programmazione varia e i luoghi che abbiamo permettono di creare una relazione particolare tra chi sta su e chi giù dal palco, un’intimità che può offrire momenti preziosi. Siamo una sorta di factory delle arti performative e cerchiamo di dare spazio a chi vuole sperimentare, specie tra i giovanissimi, come stiamo facendo con il progetto Voci di periferia. È un laboratorio permanente dedicato al mondo della musica e delle arti urbane che accoglie ragazzi dai 14 ai 25 anni e che ci sta dando molte soddisfazioni.

Il pubblico di Mare Culturale Urbano sfugge quindi a una facile catalogazione: come lo definiresti?

Quando parlo del nostro pubblico, mi piace definirlo con un aggettivo un po’ inconsueto per questi usi: “spappolato”. Sin dagli inizi non abbiamo volutamente investito su un particolare tipo di target, abbiamo puntato a mettere in piedi un discorso più complesso. È la complessità che deve connotare questo luogo, un’idea sulla quale continuiamo a costruire la nostra identità e il nostro palinsesto ne è la conseguenza. Cerchiamo contaminazioni e proponiamo cortocircuiti positivi, perché MCU deve essere un posto di conoscenza e di “incidenti culturali felici”.

C’è qualche modello che avete preso come riferimento per realizzare Mare Culturale Urbano?

Abbiamo cercato di riprodurre quello che abbiamo visto in altri contesti europei: centri culturali che favoriscono l’incontro e la crescita della comunità e luoghi aperti che diventano appendici delle case delle persone, contesti vivi, ospitali e stimolanti. Il nostro caso è ovviamente un compromesso con la vita reale e con le risorse che abbiamo a disposizione, ma considero MCU un bellissimo match tra questa visione e quello che si può fare nel concreto.

Qual è la difficoltà più grande oggi nel fare impresa culturale?

Il problema principale è quello delle risorse, che è sempre un tema delicato. Credo che un’impresa sana debba essere sempre di più indipendente. Non sono però contro un settore pubblico che si interessa e investe in cultura e in progetti a essa legati, anzi. Mi auguro, per esempio, che ci sia aiuto da parte dello Stato per le imprese culturali che nascono, ma parallelamente bisogna cercare modelli di business che possano fare a meno di questi contributi. Noi abbiamo investito molto nell’offerta di ristorazione, da cui arriva gran parte della nostra sostenibilità. È una funzione perfetta per facilitare l’incontro tra le persone. In più la ristorazione ci dà la possibilità di fare formazione con i giovani del territorio, così da aiutarli sul piano lavorativo.

Incontri tante persone nel tuo lavoro e immagino che spesso ti abbiano detto la loro su Mare Culturale Urbano. C’è una definizione che qualcuno ti ha dato della vostra realtà che ti è rimasta particolarmente impressa?

Sì, c’è una cosa in particolare che mi sono sentito ripetere più volte da persone molto diverse tra loro: «Qui mi sento a casa». È un’espressione semplice, ma sentirmela dire da persone apparentemente così distanti mi fa sempre venire la pelle d’oca.

 

Intervista pubblicata su Club Milano 54 gennaio – febbraio 2020. Clicca qui per scaricare il magazine.

 

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