Si è conclusa l’83ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, un’edizione particolarmente vivace, attraversata da grandi ritorni, nuove scoperte e conferme. Ripercorriamo il palmarès del festival
DI DENIS PREVITERA
15 September 2026
Anche quest’anno il Festival di Venezia giunge a termine, accompagnando verso casa le migliaia di persone – tra critici, studenti, addetti ai lavori o semplici curiosi – che per quasi due settimane hanno occupato il Lido. La vita sull’isola torna lentamente alla sua normalità. Il tempo ricomincia a scorrere senza frenesia. Le strade si fanno meno affollate. Le strutture iniziano a essere smantellate. Quell’atmosfera al contempo stimolante e straniante si interrompe, chiudendo l’83ª edizione di un evento che da quasi un secolo occupa un posto privilegiato nel cuore dei cinefili. Come sempre, l’ultimo giorno porta con sé conferme prevedibili, sorprese dolceamare e qualche sofferta esclusione.
Il Leone d’argento per la miglior regia è stato consegnato a Ilya Khrzhanovsky per DAU, monumentale progetto avviato nel lontano 2006 e nato attorno alla figura del fisico sovietico Lev Landau. Un premio che riconosce la complessità di un’opera difficilmente separabile dall’universo più ampio in cui è inserita: DAU arriva a Venezia dopo essere stato concepito non soltanto come un film, ma come un progetto cinematografico, artistico e antropologico capace di moltiplicare forme, personaggi, racconti e materiali.

Il Gran premio della giuria va poi a Lee Chang-don per Possible Love, che attraverso la storia di due famiglie appartenenti a contesti sociali opposti – da un lato quella operaia e sottoproletaria, dall’altra quella borghese e privilegiata – prosegue il percorso tracciato dall’autore nelle sue opere precedenti. Il Premio speciale della giuria ha invece premiato NAZA di Yuval Abraham e Rachel Szor, presentato in concorso come “film a sorpresa”. Un documentario prezioso che dà voce all’élite israeliana incaricata di colpire i bersagli palestinesi, senza distinzione tra terroristi e civili, adulti e bambini, facendo emergere le dinamiche disumane che stanno alla base della violenza esercitata contro il popolo palestinese.

Per le interpretazioni, la Coppa Volpi femminile è stata assegnata a Mathilde Arcel per Woman Unknown di May el-Toukhy, mentre quella maschile è andata, come previsto da molti, a John Malkovich per Wild Horse Nine di Martin McDonagh. Il premio per la miglior sceneggiatura se lo sono aggiudicato Stéphane Brizé, Coralie Amédéo e Olivier Gorce per Un bon petit soldat, film che affronta in modo critico e con un umorismo laconico alcune delle ipocrisie insite nel mondo del lavoro, messe in scena attraverso una responsabile delle risorse umane di una grande azienda. Infine, il Premio Marcello Mastroianni per una giovane attrice o attore emergente è stato consegnato a Malou Khebizi per 15/18 (A Place to Heal) di Cédric Kahn, che racconta alcuni frammenti quotidiani di un reparto di neuropsichiatria per adolescenti all’interno di un ospedale pubblico.

Al vertice del concorso si trova però Woman Unknown di May el-Toukhy, a cui la giuria presieduta da Maggie Gyllenhaal ha assegnato il Leone d’oro, andando contro una “regola” non scritta che il Festival si era imposto: quella di non conferire altri riconoscimenti al vincitore del premio principale, circostanza verificatasi meno di dieci volte nella storia della Mostra. Il film racconta la storia di Marie, domestica e bambinaia prossima al matrimonio con il ricco vedovo per cui lavora. Per la donna, il matrimonio rappresenta la possibilità di diventare finalmente la signora della casa, di ottenere un riscatto, ma il suo passato torna a complicare la nuova identità che sta costruendo.
Un film che, a detta di chi scrive, sembra il risultato di un compromesso, a discapito di opere e narrazioni più meritevoli, ma anche più controverse se non addirittura scomode. A lasciare perplessi è anche il discorso portato avanti, tanto dall’intreccio quanto dalle immagini: gli antifascisti danesi sono infatti rappresentati alla stregua dei nazisti, mentre le donne che sono state, in un modo o nell’altro, in stretto contatto con questi ultimi diventano povere vittime innocenti, alla ricerca soltanto di un modo per sopravvivere. Una rappresentazione che ripropone, ancora una volta, la retorica di una “guerra fatta dagli uomini”, quasi che l’album di Höcker non avesse già contribuito a smentirla.
L’83ª Mostra si chiude così con un palmarès che attraversa generi, cinematografie e modalità produttive differenti. Dal cinema di Nanni Moretti, che con Succederà questa notte realizza forse uno dei suoi film più belli e ci ricorda come le piccole grandi storie d’amore possano ancora esistere nel cinema, al tentativo di riscrittura del genere americano per eccellenza, il western, portato avanti da Company di Casey Affleck, che dietro l’apparenza fantastica dei vampiri racconta una storia di anime che si cercano attraverso gli anni, alla ricerca di un posto nel mondo e della possibilità di stare insieme; passando per lo sguardo estremo che caratterizza tutto il cinema di Shinya Tsukamoto, che con Mr. Nelson, Did You Kill People? torna ad affrontare gli orrori e i traumi legati alla guerra, in questo caso quella del Vietnam, ribadendo l’importanza di prendere la parola.
Un’edizione che lascia il Lido alle spalle, ma che consegna alla storia della Mostra nuove opere destinate a proseguire il proprio percorso ben oltre questi undici giorni. Nel bene e nel male.